Il disastro del Vajont è stato un disastro ambientale ed umano, occorso la sera del 9 ottobre 1963 nel neo-bacino idroelettrico artificiale del torrente Vajont (al confine tra Friuli e Veneto), dovuto alla caduta di una colossale frana dal soprastante pendio del Monte Toc nelle acque del bacino lacustre alpino realizzato con l’omonima diga; la conseguente tracimazione dell’acqua contenuta nell’invaso, con effetto di dilavamento delle sponde del lago, coinvolse prima Erto e Casso, paesi geograficamente vicino alla riva del lago dopo la costruzione della diga, mentre il superamento della diga da parte dell’onda generata provocò l’inondazione e la distruzione degli abitati del fondovalle veneto, tra cui Longarone, e la morte di 1 917 persone.

Le cause della tragedia, dopo numerosi dibattiti, processi e opere di letteratura, furono ricondotte alla colpa dei progettisti e dirigenti della SADE, ente gestore dell’opera fino alla nazionalizzazione, i quali occultarono e coprirono la non idoneità dei versanti del bacino: dopo la costruzione della diga si scoprì, infatti, che essi avevano caratteristiche morfologiche (incoerenza e fragilità) tali da non renderli adatti ad essere lambiti da un serbatoio idroelettrico. Nel corso degli anni l’ente gestore e i loro dirigenti, pur a conoscenza della pericolosità, peraltro supposta inferiore a quella effettivamente rivelatasi, coprirono con dolosità i dati a loro conoscenza, con beneplacito di vari enti a carattere locale e nazionale, dai piccoli comuni interessati fino al Ministero dei lavori pubblici.

Indice

  • 1 Descrizione
    • 1.1 Prodromi del progetto
    • 1.2 Il progetto del “Grande Vajont”
    • 1.3 La strada per Longarone e la Valcellina
    • 1.4 La costruzione del ponte-canale
    • 1.5 Il nuovo ponte stradale sul torrente Vajont, e la variante stradale
    • 1.6 I lavori della diga
  • 2 Studi sulla geologia dell’area
    • 2.1 Geologia
    • 2.2 Assetto strutturale
    • 2.3 Cenni sugli studi compiuti prima del disastro
    • 2.4 Studi successivi
    • 2.5 I precedenti franosi
    • 2.6 Clima
  • 3 Le verifiche sulle sponde del lago
    • 3.1 La frana del bacino di Pontesei
    • 3.2 L’individuazione della grande frana sul versante sinistro del bacino
    • 3.3 La prima prova d’invaso e le piogge evidenziano la grande frana
    • 3.4 I nuovi studi proposti e i tentativi di salvare l’impianto
    • 3.5 La galleria di “sorpasso frana”
    • 3.6 Nuovi elementi di studio: il 15º rapporto Müller
    • 3.7 Studi sul modello idraulico del bacino
    • 3.8 La prima serie di esperimenti
    • 3.9 La seconda serie di esperimenti
    • 3.10 La relazione finale Ghetti
    • 3.11 Gli invasi sperimentali per il collaudo della diga
  • 4 Il disastro e la ricostruzione
    • 4.1 L’onda del Vajont
    • 4.2 Le opere per la messa in sicurezza del lago
    • 4.3 L’impianto di pompaggio provvisorio verso Cimolais
    • 4.4 Le due gallerie verso la Val Cimoliana
    • 4.5 Il ripristino della galleria di sorpasso frana, verso la valle del Piave
    • 4.6 La ricostruzione del ponte-canale nella forra del Vajont
    • 4.7 La ricostruzione di Longarone e di Erto e Casso
    • 4.8 Vittime
    • 4.9 Solidarietà e aiuti
  • 5 Prevedibilità o imprevedibilità dell’evento
    • 5.1 Procedimento penale e sentenze
    • 5.2 Ulteriori vicende giudiziarie; conclusione
  • 6 Galleria d’immagini
  • 7 Filmografia
    • 7.1 Cinema
    • 7.2 Televisione
  • 8 Mostre
  • 9 Teatro
  • 10 Musica
  • 11 Note
  • 12 Bibliografia
  • 13 Voci correlate
  • 14 Altri progetti

Descrizione

Alle ore 22.39 del 9 ottobre 1963, circa 270 milioni m³ di roccia (un volume più che doppio rispetto a quello dell’acqua contenuta nell’invaso) scivolarono, alla velocità di 30 m/s (108 km/h), nel bacino artificiale sottostante (che conteneva circa 115 milioni di m³ d’acqua al momento del disastro) creato dalla diga del Vajont, provocando un’onda di piena tricuspide che superò di 250 m in altezza il coronamento della diga e che in parte risalì il versante opposto distruggendo tutti gli abitati lungo le sponde del lago nel comune di Erto e Casso, in parte (circa 25-30 milioni di m³) scavalcò il manufatto (che rimase sostanzialmente intatto, pur avendo subito forze 20 volte superiori a quelle per cui era stato progettato, seppur privato della strada carrozzabile posta nella parte sommitale) e si riversò nella valle del Piave, distruggendo quasi completamente il paese di Longarone e i comuni limitrofi, e in parte ricadde sulla frana stessa (creando un laghetto). Vi furono 1 917 vittime di cui 1 450 a Longarone, 109 a Codissago e Castellavazzo, 158 a Erto e Casso e 200 originarie di altri comuni.

Lungo le sponde del lago del Vajont vennero distrutti i borghi di Frasègn, Le Spesse, Il Cristo, Pineda, Ceva, Prada, Marzana, San Martino, e la parte bassa dell’abitato di Erto. Nella valle del Piave vennero rasi al suolo i paesi di Longarone, Pirago, Faè, Villanova, Rivalta, e risultarono profondamente danneggiati gli abitati di Codissago, Castellavazzo, Fortogna, Dogna e Provagna. Vi furono danni anche nei comuni di Soverzene, Ponte nelle Alpi, nella città di Belluno a Borgo Piave, e nel comune di Quero Vas, nella borgata di Caorera dove il Piave, ingrossato dall’onda allagò il paese e raggiunse il presbiterio della chiesa.

L’evento fu dovuto a una serie di cause, di cui l’ultima in ordine cronologico fu l’innalzamento delle acque del lago artificiale oltre la quota di sicurezza di 700 metri voluto dall’ente gestore, operazione effettuata ufficialmente per il collaudo dell’impianto, ma con il plausibile fine di compiere la caduta della frana nell’invaso in maniera controllata, in modo che non costituisse più pericolo. Questo, combinato a una situazione di abbondanti precipitazioni meteorologiche e a forti negligenze nella gestione dei possibili pericoli dovuti al particolare assetto idrogeologico del versante del monte Toc, accelerò il movimento della antica frana presente sul versante settentrionale del monte Toc, situato sul confine tra le province di Belluno (Veneto) e Pordenone (Friuli-Venezia Giulia). I modelli usati per prevedere le modalità dell’evento si rivelarono comunque errati, in quanto si basarono su una velocità di scivolamento della frana nell’invaso fortemente sottostimata, pari a un terzo di quella effettiva.

Nel febbraio 2008, durante l’Anno internazionale del pianeta Terra (International Year of Planet Earth) dichiarato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, in una sessione dedicata all’importanza della corretta comprensione delle Scienze della Terra il disastro del Vajont è stato citato, assieme ad altri quattro eventi, come un caso esemplare di “disastro evitabile” causato dal «fallimento di geologi nel comprendere la natura del problema che stavano cercando di affrontare».

Prodromi del progetto

I due profili della diga del Vajont, allo studio prima della costruzione nel 1957. La diga nel progetto definitivo si stabilirà l’altezza a quota 722,5

La strutturale carenza italiana di materie prime come il carbone per il proprio fabbisogno energetico aveva portato il paese a diversificare le proprie fonti di approvvigionamento, specializzandosi in una politica energetica che si può definire antesignana delle ‘energie rinnovabili’, che portò allo sfruttamento di valli e corsi d’acqua montani, dove vennero realizzate numerose centrali idroelettriche che avrebbero prodotto la maggior parte dell’energia elettrica nell’Italia del Nord, fondamentale per lo sviluppo industriale del Paese. Questa politica, che non considerava appieno le interazioni uomo-ambiente e le necessità di rispetto dell’ambiente, risultava essere una soluzione quasi obbligata.

L’idea di sfruttare come bacino idroelettrico la valle del fiume Vajont tramite una diga venne concretizzata dalla Società Idroelettrica Veneta, poi assorbita dalla SADE (Società Adriatica Di Elettricità), particolarmente attiva alla fine del XIX e nella prima metà del XX secolo nella produzione e distribuzione elettrica nel nord-est italiano (prima della nazionalizzazione del settore elettrico dell’intera Italia attuata attraverso la nascita di un “Ente Nazionale per l’Energia Elettrica”, l’ENEL).

In questo contesto, la prima ipotesi di un progetto di massima per lo sfruttamento delle acque del torrente Vajont venne redatta dall’ingegner Carlo Semenza nel 1926. La diga era prevista alla stretta del ponte di Casso (un tempo esistente a est dell’attuale zona artigianale ai piedi del bivio per Casso) e prevedeva una centrale a Dogna. La scelta era figlia di una raccomandazione del Prof. Hug, che aveva sconsigliato l’alternativa più a valle, all’altezza del ponte del Colomber (dove il manufatto venne in seguito effettivamente costruito).

Nel 1929 venne presentata la domanda di concessione per la realizzazione di un progetto di diga al ponte di Casso (massimo invaso a quota 656 m s.l.m.) con allegata la relazione di Hug del 1926. Gli studi geologici sulla valle interessata dal nuovo invaso proseguirono e nel 1930 il geologo Giorgio Dal Piaz presentò una relazione inerente all’assenza di franamenti importanti lungo le sponde del bacino tra la zona di Pineda (a est) e il ponte di Casso (a ovest).

Disegno degli impianti del Piave, nel progetto del “Grande Vajont” fino al 1963

Nel 1937 venne presentato un nuovo progetto, con spostamento della diga più a ovest presso il ponte del Colomber all’altezza del punto in cui la strada che da Longarone saliva a Erto valicava la forra sul torrente Vajont passando dalla sponda sinistra a quella destra della valle. Il massimo invaso era previsto a quota 660 m s.l.m.; a esso era allegata una relazione geologica a firma di Dal Piaz, sostanzialmente combaciante con quella del 1930, che estendeva la validità delle sue affermazioni fino alla nuova posizione della diga. Va sottolineato tuttavia che in una sua precedente relazione del 1928 Dal Piaz si era sempre opposto alla sbarramento della valle presso il ponte di Casso, in quanto riteneva la roccia di imposta della diga in quel punto poco adatta, per cui il manufatto non avrebbe potuto essere più alto di cinquanta metri dalla base del torrente.

Il progetto del “Grande Vajont”

L’idea di mutare in parte il progetto originario formulando l’ipotesi di un unico impianto integrato con gli altri delle valli circostanti viene attribuita a Carlo Semenza, che la formulò la prima volta nel 1929. Il progetto viene normalmente identificato con il nome “Grande Vajont”.

Lo scopo del progetto era quello di creare in mezzo ai monti dolomitici una grossa riserva di acqua (serbatoio di regolazione pluristagionale) che permettesse di sfruttare l’energia potenziale (perché le dighe consentono di utilizzare l’acqua come fluido di lavoro), sotto forma di potenza idrica, per portare energia elettrica a Venezia e a tutto il Triveneto anche nei periodi di secca dei fiumi, in particolare del fiume Piave. L’invaso venne creato per accumulare le acque del Piave dopo il loro passaggio nella diga di Pieve di Cadore, dalla quale l’acqua giungeva nel serbatoio del Vajont tramite tubazioni con dislivello minimo, quindi minor perdita di energia potenziale. A questo sistema si aggiungevano, tramite condotte e ponti-tubo, anche i laghi di Vodo e Valle di Cadore (sul torrente Boite), di Pontesei (sul torrente Maè) e della Val Gallina (bacino di carico della centrale di Soverzene).

Era stato dunque concepito un grande sistema di vasi comunicanti, con piccoli dislivelli tra di loro, sfruttati da piccole centrali (Pontesei, Colomber per il Vajont e Gardona) e tutti confluenti nella centrale principale di Soverzene (da 220 MW, al suo tempo la più grande d’Europa). La profonda gola del torrente Vajont, che nasce dalle Prealpi Carniche e sfocia nel fiume Piave costeggiando il Monte Toc, tra la provincia di Belluno e la provincia di Pordenone, istituita successivamente (nel 1968), sembrava essere il luogo più adatto alla costruzione della diga a doppio arco che risultò essere la più alta del mondo.

La domanda per una diga nella valle del Vajont alta fino a quota 667m s.l.m. e sbarramento presso il Colomber fu presentata nel 1940. Vi era allegata una relazione di Dal Piaz identica a quella del 1937.

Al termine della seconda guerra mondiale, i progetti sul Vajont vennero ripresi. La concessione definitiva venne accordata con D.P.R. nr. 729 del 21 marzo 1948; il progetto iniziale prevedeva una diga a doppio arco alta 202 m con un invaso di 58,2 milioni di metri cubi. Sempre nel 1948, cominciò a svilupparsi l’idea di poter innalzare il coronamento della diga fino a 679 m s.l.m. appieno le caratteristiche geologiche del calcare del Vajont, che caratterizzava il punto di innesto della diga nei fianchi della valle.

La strada per Longarone e la Valcellina

Il ponte del Colomber, sul torrente Vajont, nella sua versione originale. Da notare il parapetto in ferro.

Nel 1911 fu realizzata la strada per Erto, e la Valcellina. I lavori furono progettati, dall’ing. Rebonato, dell’impresa Rebonato-Toffanin di Vicenza, e dal Ten. Col. Agostino Parisio, del Genio Militare ufficio fortificazioni di Belluno. Iniziati i lavori nel maggio 1911, furono portati a termine il 31 dicembre 1912. Fu realizzato il ponte più alto d’Italia in cemento armato, nella località Colomber, su un abisso di 138 metri.

Il ponte del Colomber sul Vajont, nella sua e ultima versione in cemento armato, ricostruito dopo la 1° guerra mondiale.

La strada superava il torrente Vajont al ponte “delle Roste” vicino al Piave, di fronte a Longarone, e dal paese di Dogna entrava in sponda sinistra, nella stretta forra del Vajont. Nella gola attraversava due brevi gallerie, denominate “del castello” e “delle Calade”. Nella località Colomber, dove fu costruita una chiesetta dedicata a S. Antonio e un albergo, superava il torrente su un ponte. Giunta in sponda destra, con una serie di ponticelli, un’altra galleria e dei tornanti, saliva fino alla quota del paese di Erto.

Nel novembre 1917, durante la “grande guerra”, la strada diventò famosa per l’attraversamento delle truppe austro-tedesche del tenente Erwin Rommel, nella Battaglia di Longarone.

Ricostruito il ponte del Colomber, (sempre in cemento armato) dopo essere stato fatto saltare da Rommel nel 1917, la strada fu ancora una vittima durante la seconda guerra mondiale. Dei reparti partigiani, nel settembre del 1944, fecero infatti saltare il ponte per impedire l’ingresso tedesco in valle. Il 9 ottobre, nella valle del Vajont, iniziò un fortissimo bombardamento per sette giorni e sette notti con granate da 149. La popolazione fuggiva, lasciando sul posto i Sacerdoti di Erto e Casso. Il 16 ottobre, nella tarda mattinata, truppe tedesche distruggevano e incendiavano tutti i casolari sul monte Toc appartenenti agli abitanti di Casso. Il comandante tedesco, dopo l’occupazione, diede l’ordine di incendiare anche il paese di Erto. Il parroco Don Giusto Pancino si interpose affinché il paese venisse risparmiato. Si venne a un accordo; ricostruire il ponte del “Colomber” entro 48 ore.

La popolazione su richiamo del parroco, in 17 ore su progetto di Don Giusto, con tavolame di legno, e con 14 cordate d’acciaio, il ponte fu lanciato ex-novo a fianco di quello distrutto, talmente resistente da poter permettere il passaggio dei mezzi pesanti. Erto era salva.

Nel 1945-46 l’esercito britannico sostituì il ponte del 1944 con uno di tipo Bailey. Questo rimase fino al 1960, anno in cui venne smantellato dalla SADE.

Il ponte canale realizzato nel 1949

La costruzione del ponte-canale

Nel 1948 fu costruito un ponte ad arco in calcestruzzo armato che permetteva alla condotta in pressione, proveniente dal serbatoio di Pieve di Cadore, di attraversare la forra del Vajont andando ad alimentare il serbatoio di Val Gallina e la centrale idroelettrica di Soverzene. Questo ponte-tubo entrerà in servizio nel 1951 assieme alla centrale di Soverzene.

Aveva una luce di 58 metri, alto 31, ed era posto a circa 130 metri dal fondo della gola. Il tubo era anch’esso in calcestruzzo armato dal diametro interno di 4 metri, e uno spessore di 48 cm. Progettato dall’ing. Prearo, venne costruito dall’impresa Tissi & C.

L’opera di costruzione del ponte fu particolarmente complessa, a causa della stretta e profonda forra. La centina per il sostegno delle armature dei getti di calcestruzzo, studiata e realizzata dall’impresa Pasqualin, venne messa in opera completamente su funi d’acciaio.

Il nuovo ponte stradale sul torrente Vajont, e la variante stradale

Il ponte stradale sul torrente Vajont realizzato nel 1956 per la nuova strada di collegamento verso Erto e la Valcellina.

Negli anni 1955-1956 venne realizzata la nuova strada di collegamento verso Erto e la Valcellina, visto che la precedente realizzata nel 1911 sarà sommersa dal lago, rimarrà in funzione solo fino a 400 metri prima della diga, dando accesso al ponte-tubo e alla nuova centrale del Colomber. Inoltre la vecchia strada era insufficiente a supportare il traffico dei mezzi di cantiere necessari alla costruzione della diga.

La costruzione delle semiarcate, e il varo appena concluso.

La vecchia strada subirà una variante stradale di circa 6 km, con l’attraversamento nella gola del Vajont tramite un ardito ponte in cemento armato, a circa 120 metri d’altezza, 400 metri prima di arrivare alla diga.

Il ponte fu costruito dalla impresa S.A.C.A.I.M di Venezia, su progetto dell’ing. Carlo Pradella. Il ponte venne costruito con due semiarchi costruiti in verticale, nei versanti della forra. Pesanti 118 tonnellate ciascuno, furono poi fatti ruotare sui perni delle cerniere, verso valle tramite delle corde d’acciaio fino ad unirsi. L’opera del varo dei due semiarchi avvenne il 30 settembre 1956. Due mesi dopo a novembre, avveniva il collaudo.

Era lungo 70 metri, largo, 6,50, e con una luce di 55,2 metri.

Qui la strada, superato il ponte in sponda destra con una serie di brevi gallerie, un tornante, e un’altra serie di gallerie, con dei finestroni aperti sulla forra, giungeva all’innesto con l’ingresso della strada carrabile sul coronamento della diga. Proseguendo verso Erto, dopo aver attraversato altre due gallerie, la strada si congiungeva alla originaria, che saliva dal Colomber.

Realizzata la variante stradale con il nuovo ponte, fu possibile installare il cantiere per la costruzione della diga.

I lavori della diga

La diga del Vajont in costruzione. (maggio 1959)

La valle del Vajont, nel 1956. In primo piano, il ponte-canale realizzato nel 1949. Al centro: il ponte bailey del Colomber, con la chiesetta di S. Antonio, e l’albergo. In alto la passerella di servizio per il cantiere della diga

Dopo la seconda guerra mondiale il progetto Vajont, fortemente voluto dalla SADE, azienda elettrica privata di proprietà del conte Giuseppe Volpi di Misurata, già presidente della confederazione degli industriali e ministro delle finanze sotto il fascismo, inizia a prendere forma e viene presentato per l’approvazione del Genio civile.

I controlli geologici iniziarono nel 1949, e con essi i primi atti di protesta delle amministrazioni coinvolte dal progetto: la costruzione della diga avrebbe infatti portato gli abitanti dei paesi di Erto e Casso all’abbandono forzato di abitazioni e di terreni produttivi.

Nonostante le proteste degli abitanti della valle e i forti dubbi degli organi preposti al controllo del progetto, a metà degli anni cinquanta iniziarono i primi espropri fondiari e la preparazione del cantiere: i lavori per la costruzione della diga iniziarono nel 1956, senza l’effettiva autorizzazione ministeriale.

Il progetto ottenne la completa approvazione ministeriale il 17 luglio 1957.

In seguito il progetto fu modificato: la diga avrebbe raggiunto l’altezza di 261,60 m, 60 metri in più rispetto al progetto originario, con un invaso utile di 150 milioni di metri cubi (il progetto originario ne prevedeva invece 58). L’invaso della diga fu a tutti gli effetti maggiore di quanto mai previsto.

Il costo della costruzione della diga fu sostenuto grazie anche a un contributo del 45% delle spese, erogato all’epoca della progettazione, dal governo.

Nell’agosto del 1958 iniziarono i getti di calcestruzzo per la costruzione della diga.

La diga del Vajont completa.

Alla fine della riprogettazione la diga del Vajont aveva le seguenti caratteristiche:

  • Tipo: diga ad arco a doppia curvatura in calcestruzzo
  • Altezza: 261,60 m
  • Quota alla base: 463,90 m s.l.m.
  • Quota del piano stradale: 725,5 m s.l.m.
  • Larghezza alla base: 22,11 m
  • Larghezza in sommità: 2,92 m
  • Lunghezza del coronamento: 190,15 m
  • Livello di minimo invaso: 625 m s.l.m.
  • Livello di massimo invaso: 722,5 m s.l.m.
  • Livello di massima piena: 723,5 m s.l.m.
  • Capacità utile di invaso: 150 milioni di m³
  • Capacità di invaso complessiva: 168,715 milioni di m³
  • Inizio effettivo dei lavori di scavo: estate 1957
  • Fine dei lavori di scavo delle fondazioni: agosto 1958
  • Inizio dei getti di calcestruzzo: agosto 1958
  • Fine dei getti di calcestruzzo e dei lavori sulla diga: settembre 1960
  • Inaugurazione: 17 ottobre 1961
  • Impresa esecutrice dei lavori di getto del calcestruzzo: Giuseppe Torno & C. S.p.A. Milano
  • Progetto architettonico della cabina comandi centralizzati: Arch. Cesare Pea
  • Imprese collaboratrici: Consonda-Icos di Milano (sondaggi, iniezioni calcestruzzo, e consolidamento pareti), Monti di Auronzo di Cadore (scavi di gallerie, placcaggio delle fiancate e scavo della galleria by-pass), De Prà di Belluno (trasporto materiale e preparazione degli inerti), Sacaim di Venezia (ponte stradale sul torrente Vajont), Caldart di Belluno, (gallerie stradali) Zadra di Belluno (scavo della galleria di by-pass)
  • Morti durante la costruzione della diga: 6

Studi sulla geologia dell’area

Posto che la dinamica della catastrofe è risultata concretizzarsi per un concorso di elementi naturali e di serie negligenze umane, le indagini scientifiche rivelarono alcuni elementi inerenti alla costituzione morfologica della vallata.

Geologia

La geologia del luogo individua, secondo una ricerca dei primi anni sessanta, la seguente successione stratigrafica: Giurassico:

  • G1: Livelli di calcari marnosi e selciferi, di colore grigio-scuro, stratificati in maniera intensa e sottile, con inserti di marne calcaree. (Lias)
  • G2: calcari oolitici, alla base dolomitici, compatti e con stratificazione caotica e vagamente ordinata. (Dogger-Malm)
  • G3: si riconoscono 3 livelli, (Malm):
    • a) calcari grigi scuri con liste e noduli di selce, sottilmente stratificati con interstrati basali marnoso-calcarei verdastri e con intercalazioni marnoso-argillose;
    • b) calcari grigi, e, gradualmente, da mediamente a sottilmente stratificati;
    • c) calcari e calcari marnosi, simili al livello basale, ma in banchi di spessore superiore al metro.

Assetto strutturale

Nell’oligocene, durante l’orogenesi alpina (30 milioni di anni fa), le formazioni calcareo-marnose ed argillose vennero piegate, fratturate e sollevate; queste, verso la base, presentano una superficie inclinata di tensione che poi è stata coinvolta nell’enorme franamento del Monte Toc.

Dal punto di vista strutturale nella zona si possono riconoscere due pieghe principali entrambe con asse orientato in direzione E-W, ovvero:

  • l’anticlinale Pelf-Frugna, il cui asse corre lungo la Val Gallina e attraversa l’alta valle del Vajont, il cui nucleo è costituito da Dolomia Principale;
  • Sinclinale di Erto, riconoscibile nella conca di Erto, con al nucleo la formazione del flysch.

Il fianco meridionale di tale sinclinale asimmetrica, lungo il cui asse si è impostata la valle del Vajont, costituisce il fianco settentrionale del Monte Toc da cui si sarebbe staccata la frana.

In termini morfologici, la valle del Vajont è di origine glaciale, che vide dopo l’ultima glaciazione l’azione erosiva glaciale sovrimpressa dalla successiva erosione torrentizia generando il profondo profilo a “V” della valle. Si tratta di un profilo geometricamente favorevole per la ubicazione di una diga di sbarramento.

Cenni sugli studi compiuti prima del disastro

I lavori di costruzione della diga cominciarono nel 1957, e il versante sovrastante la diga fu subito tenuto sotto controllo. Per questo motivo fu consultato il famoso specialista austriaco in esplorazioni minerarie Leopold Müller, al fine di valutare i problemi di stabilità della roccia. Tuttavia in questo primo studio le sue indagini non rivelarono la paleofrana che poi sarebbe stata vista come causa determinante, anche se la conclusione fu comunque che realizzare una riserva idrica in quel luogo poteva causare frane, anche di un milione di metri cubi.

Dal Piaz, comunque, nel 1958, in contraddizione alle rilevazioni di Müller, non riteneva che fossero presenti rischi concreti di frane pericolose. Solo nel 1959 il geologo Edoardo Semenza – figlio del capo progettista Carlo – scoprì in una ricognizione sul campo la presenza, nel versante sinistro, di evidenti pericoli derivanti da una zona di miloniti non cementate, lunga circa 1,5 km, fatto che lo indusse ad ipotizzare la presenza di una paleofrana. Le prospezioni geofisiche del geologo Pietro Caloi sembravano invece indicare nello studio successivo (novembre 1959) che la zona a sinistra della vallata fosse “eccezionalmente” solida, formata da rocce compatte coperte da soli 10-20 metri di detriti sciolti e a rischio di frana.

Nel frattempo, nel 1959 la diga era stata terminata e si era iniziato a compiere prove di invaso. Tuttavia, come già visto, il 4 novembre 1960, con il livello del lago a 650 m.s.l., vi fu una prima frana di medie dimensioni (800.000 m³) sul versante sinistro; dopo questo evento Müller studiò ancora il territorio e propose varie ipotesi per evitare la frana del versante, benché non credesse ancora alla presenza della paleofrana. Müller non era contrario alla costruzione della diga, ma temeva la possibilità di una frana incontrollata, e suggerì vari rimedi, il più attuabile dei quali era un tunnel drenante che, passando per strati calcarei compatti, raggiungesse da sotto le masse franose e ne convogliasse via l’acqua.

Tra le altre possibili ipotesi di lavoro, nessuna sembrava realmente fattibile: sbancare la frana o cementarla, tra le più realistiche e presumibilmente efficaci, erano in realtà, per le grandezze in gioco, soluzioni giudicate troppo costose e difficili da realizzare.

Tuttavia, restava il fatto che la questione dovesse essere meglio compresa. Sondaggi e prospezioni continuarono ad essere previsti, sebbene scavare negli strati di detrito presentasse notevoli difficoltà tecniche.

Nel 1960 Caloi riprese gli studi geosismici e, con sorpresa di tutti, rilevò fino a 150 m di roccia fratturata, concludendo, in maniera ancora più sorprendente, che la frattura doveva essersi creata dopo la sua prima indagine dell’anno precedente.

Come già visto nel 1961, per volere di Carlo Semenza, un modello in scala 1:200 del bacino del Vajont fu approntato e testato nel Centro Modelli Idraulici di Nove di Vittorio Veneto sotto la guida del titolare dell’Istituto di Idraulica dell’Università degli Studi di Padova, il prof. Augusto Ghetti, ipotizzando l’eventualità di una frana con superfici di movimento di 30° e 40° e tempi di frana valutati fino al tempo di un minuto (già considerato eccezionalmente veloce con i dati in possesso a quell’epoca). Il totale fu considerato sufficiente per non dover temere né cedimenti della diga né sversamenti oltre la stessa da parte delle onde anomale generate, non più alte di una trentina di metri, corrispondenti a 40 milioni di m³ nel peggiore dei casi. Nella realtà la frana fu di quasi 300 milioni di m³ (circa 8 volte il valore massimo previsto) e si mosse a velocità tripla di quella prevista; tutto ciò produsse un’energia cinetica di quasi 100 volte superiore al massimo previsto, e il livello dell’onda superò i 200 m sul coronamento della diga.

Nel frattempo, comunque, furono impiantati dei piezometri, seppur con grande fatica, dovuta alla necessità di raggiungere i vari strati in cui esisteva la falda acquifera, nonché dei marcatori di terreno per visualizzare i movimenti della frana. Nonostante le difficoltà nell’interpretare i dati che essi fornivano, furono molto utili nello stabilire come procedere empiricamente per attenuare il fenomeno franoso.

La strategia di Müller prevedeva che la frana in nessun caso sfuggisse al controllo, e la tattica suggerita dopo quella del 1960 fu un lento svuotamento del bacino fino al livello di 600 m s.l.m., da realizzarsi con molteplici manovre di diminuzione del livello di 4–5 m, intervallate ciascuna da una pausa di alcuni giorni per dare modo e tempo al materiale di assestarsi e restare stabile nonostante il cambiamento di condizione idraulica.

In questo modo il movimento della frana quasi si bloccò in breve tempo, e probabilmente non si sarebbe riattivato violentemente se non fosse stato effettuato il ritorno oltre quota 700 m s.l.m., che fu “imposto” dalle esigenze di collaudo.

L’area della frana, in basso la massa di detriti ancora oggi presenti.

Studi successivi

Dopo la frana, vennero intensivamente studiate le cause e i provvedimenti da adoperare per evitare ulteriori casi simili a questo, e furono molti i lavori di studio completati. Tra questi, quelli di Müller, Trevisan e Hendron-Patton, il più recente, del 1985.

Quest’ultimo studio ha fornito definitivamente la conferma della presenza di 2 distinti livelli acquiferi: quello superiore, che risentiva direttamente del livello del lago, e quello inferiore, dipendente dalle precipitazioni.

Furono eseguiti nuovi sondaggi, e si trovò che il livello detto Fonzaso, con argille, fosse quello che corrispondeva alla superficie di rottura della frana. Questo strato avrebbe anche causato la separazione dei due acquiferi, che risultò così importante: quello nella massa della frana e quello negli strati sottostanti del calcare. Da notare che il livello dell’acquifero superiore era trovato, in base a tre piezometri installati, direttamente collegato a quello del lago.

L’acquifero inferiore, invece, data la presenza nell’assetto geologico-strutturale di una sinclinale ma anche di uno strato calcareo, è da un lato isolato dal contatto diretto con l’acqua contenuta nel lago e, dall’altro, è invece risultato collegato alle piogge, e la sua acqua permane in zona a lungo e favorisce fenomeni carsici. La variazione del livello di falda è in antitesi a quello che si riteneva precedentemente, lento e legato ai fenomeni atmosferici (piogge cadute a monte).

Per questo sembrò plausibile che, effettivamente, la pressione dell’acquifero inferiore fosse capace, quando si verificavano grandi precipitazioni, di causare smottamenti e frane, anche quando non esisteva il lago artificiale.

Tuttavia, la concomitanza di questi due fattori, lago e piogge, innescò questa frana colossale quando la combinazione tra intense precipitazioni e alto livello del lago si dimostrò sufficiente all’innesco.

Riassumendo, le cause preparatorie o predisponenti per il disastro del Vajont sono state varie, e anche variamente interpretate, ma alcune sembrano sufficientemente sicure:

  • la costituzione geologica (come sopra specificato) del versante nord del Monte Toc.
  • il disboscamento.
  • un progressivo decadimento delle caratteristiche meccaniche della base delle rocce interessate al movimento.
  • secondariamente, gli sbancamenti e le incisioni provocate dalla costruzione delle strade e dei canali nell’area in oggetto.
  • la presenza del lago artificiale e in particolare la riduzione della spinta dell’acqua in coincidenza degli svasi.
  • le piogge abbondanti, che non fecero che peggiorare i problemi di stabilità del versante, a parità di livello del lago. Si stima che la frana avrebbe potuto verificarsi soltanto con piogge superiori a un certo ammontare (700 millimetri) in un mese, alle quali bisogna sommare anche il lago della diga.

I precedenti franosi

L’area, nonostante le sue qualità geometriche di ‘bacino idrico’ in termini di volume e posizionamento, era storicamente tutt’altro che stabile, e lo dimostrano dei documenti storici risalenti addirittura ai tempi di Catullo, che parla di una frana che cadde sul fondovalle, sbarrandolo.

Sempre in zona, avvennero frane nel 1347, 1737, 1814, 1868. Esse si staccarono in particolare dal monte Antelao, provocando vittime e danni considerevoli.

  • Nella vicina vallata di San Lucano, avvennero frane nel 1748, 1908 e 1925.
  • Per quanto riguarda la vicenda del Vajont, maggiore interesse può essere accreditato alla frana di Pontesei (nella vicina valle di Zoldo) e quella del monte Toc del 4 novembre 1960.

La prima era correlata alla presenza di un bacino idrico, uno dei tanti del bellunese, per la produzione di elettricità. Le caratteristiche della frana sono state una vera e propria anticipazione di quella del Vajont. Verso le ore 7 del 22 marzo 1959 una massa di 3 milioni di m³ si staccò dalle falde dei monti Castellin e Spiz, su di un fronte di 500 metri e precipitò in 2-3 minuti nel lago di Pontesei, ovvero uno dei bacini artificiali. L’evento provocò la formazione di un’onda che sormontò la diga per almeno 7 metri, nonostante il bacino fosse a un livello di 13 metri al di sotto dell’orlo della diga. Incolumi per pochi metri, e testimoni oculari, furono l’ingegner Camillo Linari, in servizio alla Sade e il geometra Marinello. Unica vittima fu Arcangelo Tiziani, transitante in bicicletta, operaio di una impresa costruttrice, (Cargnel di Forno di Zoldo) che stava effettuando dei lavori nei pressi della diga, il cui corpo non fu più ritrovato.

L’evento ebbe una lunghezza del fronte di frana di circa 500 metri e la sua dinamica vide il franamento superficiale di un considerevole spessore di detriti morenici.

La frana del 4 novembre 1960 vide invece 800.000 m³ staccarsi dal monte Toc e cadere nel bacino artificiale, provocando un’ondata di 10 metri di altezza. Seppure senza danni seri, questo evento era un chiaro avvertimento sulla precarietà della stabilità dei versanti, con un livello della superficie del bacino che arrivava solo a quota 650 metri. Contemporaneamente si aprì una immensa fessura perimetrale sulla montagna, disegnando la forma di una M, lunga oltre 2500 metri sulle pendici settentrionali del monte Toc tra quota 930 e 1360 metri s.l.m.

A quel punto venne dato ordine di svaso del bacino, si intensificarono gli studi per comprendere meglio la struttura del luogo e venne infine praticata una galleria di bypass per tenere in collegamento il bacino anche se fosse stato tagliato a metà da una grande frana, per impedire aumenti arbitrari del livello a monte della stessa.

La giornalista de l’Unità Tina Merlin, che denunciò con una serie di articoli il pericolo di frana del Monte Toc

La giornalista de L’Unità Tina Merlin scrisse a proposito di questi eventi:

«Si era dunque nel giusto quando, raccogliendo le preoccupazioni della popolazione, si denunciava l’esistenza di un sicuro pericolo costituito dalla formazione del lago. E il pericolo diventa sempre più incombente. Sul luogo della frana il terreno continua a cedere, si sente un impressionante rumore di terra e sassi che continuano a precipitare. E le larghe fenditure sul terreno che abbracciano una superficie di interi chilometri non possono rendere certo tranquilli

Già due anni prima della tragedia, Tina Merlin anticipò quello che sarebbe potuto succedere nella valle, con un articolo pubblicato sull’Unità il 21 febbraio 1961, in cui la giornalista denunciava la possibilità che una frana cadesse nel lago provocando enormi danni. La stessa Merlin incoraggiò una campagna di informazione contro la diga per tutta la durata dei lavori di costruzione, consultando gli abitanti della valle al di sotto del monte Toc. Inascoltata dalle istituzioni, la giornalista fu addirittura denunciata per “diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico” tramite i suoi articoli, processata e assolta dal Tribunale di Milano.

Nel 1963 Indro Montanelli e Dino Buzzati assunsero una posizione critica in merito alle reali cause della tragedia, affermando il carattere di catastrofe naturale della stessa e tacciando di “sciacallaggio” l’attività di alcuni giornalisti italiani, tra i quali appunto Tina Merlin, accusandola di speculazione politica per i suoi scritti. Anni dopo Montanelli chiarì la sua posizione, sostenendo che all’epoca voleva evitare un “anticipo di condanna basato su delle voci”, poiché secondo la sua opinione “in quel momento era largamente condiviso il sospetto che quelle voci volessero soltanto giovare alla causa di quella parte politica che reclamava la nazionalizzazione dell’industria elettrica”. Prese comunque atto delle responsabilità penali accertate in sede giudiziaria e, pur ritenendo di essere stato male interpretato, si scusò comunque: “Con questo, non intendo difendere un errore. Lo commisi. Ma temo che, in analoghe circostanze, tornerei a commetterlo”.

Clima

La diga del torrente Vajont è situata in una area ad elevata piovosità, con massimi in primavera ed in autunno e con minimi in inverno. L’azione del gelo-disgelo insiste sul versante meridionale della valle. Inoltre, data l’esposizione della stessa verso Est-Ovest, essa è sottoposta ad una scarsa insolazione.

Le verifiche sulle sponde del lago

Il 15 giugno 1957 il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici dette parere favorevole alla costruzione della diga, con la prescrizione di completare le indagini geologiche

«nei riguardi della sicurezza degli abitanti e delle opere pubbliche, che verranno a trovarsi in prossimità del massimo invaso»

con una decisione che in seguito destò numerosi dubbi, in particolare sull’assenza di una ratio nell’approvare un progetto per il quale venivano richieste ulteriori indagini. Se la questione è stata ampiamente superata dalla normativa moderna (che impone serrati controlli preventivi su tutto il bacino), questa raccomandazione è stata l’oggetto di una disputa tra i fautori delle diverse interpretazioni sui fatti del Vajont, in quanto alcune indagini erano effettivamente state svolte (ad esempio sotto l’abitato di Erto) e oggetto di una relazione di Dal Piaz del giugno-settembre 1957. Le evidenze successive dimostreranno l’incompletezza-inadeguatezza della stessa.

Il 6 agosto 1957 venne consegnato alla SADE un nuovo rapporto geotecnico di Müller (il secondo), nel quale si evidenziavano forti pericoli di frana lungo la sponda sinistra del serbatoio. Era la prima relazione che infondeva dei dubbi sulla sponda sinistra del bacino, pur riferendosi alla sola parte frontale e più superficiale della grande frana del Toc, che venne evidenziata solo anni dopo. In questo primo studio le indagini non rivelarono la paleofrana che poi sarebbe stata vista come causa determinante dei problemi al serbatoio, anche se la sua conclusione fu che il bacino idrico poteva causare serie frane, anche di un milione di metri cubi.

La frana del bacino di Pontesei

Il 22 marzo 1959, quando i lavori di costruzione della diga del Vajont erano già iniziati, una frana di circa 3 milioni di metri cubi di roccia si riversò nel bacino della diga del Lago di Pontesei, opera che era stata completata solo due anni prima dalla SADE.

Era tenuta sotto stretta osservazione, per la presenza in loco di ben due frane: quella di “Pontesei-Fagarè”, origine dell’inondazione, e quella di “Pontesei spalla diga”.

Il versante da dove si staccò la frana aveva caratteristiche di instabilità, note ai tecnici della SADE ma che non avevano mai destato preoccupazioni, in quanto ritenevano che fossero franamenti di scarsa entità. Una fessura era già stata rilevata dall’agosto del 1957, i suoi movimenti osservati ma quasi fermi da marzo a ottobre del 1958. La situazione precipitò dal 3 marzo 1959 quando, con lo scioglimento della neve, si constatò la presenza di fessure sulla strada statale che attraversava la futura frana; tuttavia venne sottovalutata la situazione.

La frana del lago di Pontesei, da poco caduta, e il lago in abbassamento di quota.

La mattina del 22 marzo l’ing. Camillo Linari in servizio alla SADE fu avvisato dalle guardie forestali che le fessure erano aumentate e si era provveduto a chiudere la S.S 251, vista la carreggiata molto danneggiata. Linari, quindi, si incamminò a piedi verso la diga, lungo la strada di servizio in sponda destra, con il geometra Marinello. Poco prima del franamento verso le 7 del mattino, i due furono sorpassati in bicicletta dall’operaio Arcangelo Tiziani, che si stava recando alle baracche del cantiere della ditta Cargnel, per la quale lavorava impiegata nella costruzione della centrale ai piedi della diga. All’improvviso la frana precipitò: i due tecnici riuscirono a risalire velocemente il versante, mentre Tiziani, anche perché era zoppo, non fu così veloce. L’onda alta in quel punto 6 o 7 metri travolse l’operaio trascinandolo nel lago. Non fu più ritrovato.

Gli scritti di Caloi, che aveva indicato il rischio di franamento evidenziano la ragione per cui la frana di Pontesei mutò l’atteggiamento del vertice della SADE convincendolo ad approfondire e rivedere gli studi sul bacino del Vajont. Caloi riferendosi al suo studio, il giorno successivo a questa frana scrisse scrisse:

«ti prego di rileggere la relazione che al riguardo ti ho inviato ai primi di luglio 1958: ciò che è avvenuto vi è previsto con una esattezza sconcertante»

(dalla lettera del geologo Pietro Caloi, che sta studiando la zona della diga dal 1953, all’Ing. Tonini della Sade)

In un’altra missiva del 27 marzo, sempre relativa a Pontesei, Caloi aggiungeva:

«Rassicuri l’ing. Biadene: la discrezione è nel mio costume. Piuttosto, se mi posso permettere un consiglio, suggerisco di trarre le naturali conseguenze dal fatto»

(dalla lettera del geologo Pietro Caloi, che sta studiando la zona della diga dal 1953, all’ing. Rossi Leidi della SADE)

A tale proposito Edoardo Semenza ricorda:

«Fu come se suonasse improvvisamente un campanello d’allarme. Infatti le manifestazioni di instabilità di quel versante, da sempre esistite e note ai tecnici della SADE, non avevano mai destato particolari preoccupazioni, in quanto si riteneva trattarsi di fenomeni di scarsa entità. Questo franamento, e in particolare la sua velocità e la sua compattezza, furono invece un ammonimento a prendere in maggiore considerazione questo tipo di fenomeni

(E. Semenza, La storia del Vajont)

Questa frana, forse attribuibile ad una riduzione del livello dell’invaso, e per molti aspetti simile, sia pure a scala ridotta, nella sua dinamica a quella che generò il disastro del Vajont, viene commentata nel suo libro da Semenza che osserva che venne sottovalutata, causa la scarsa esperienza nel campo nelle frane e dello studio della stabilità di versanti sciolti che a quei tempi, non erano affrontati con studi approfonditi ed organici, non suggerendo quindi un comportamento diverso dai gestori dell’impianto.

Al riguardo il tribunale dell’Aquila stabilì che la frana di Pontesei fosse discesa in circa due minuti.

Nonostante Dal Piaz in una sua relazione legata alla costruzione della strada di circonvallazione in sponda sinistra del Vajont del 29 ottobre 1959 avesse ritenuto che non vi fossero rischi concreti di frane pericolose, gli avvenimenti di Pontesei convinsero la SADE ad approfondire il tema. L’incarico di approfondire lo studio delle sponde del bacino del Vajont fu quindi affidato a Müller, che come geomeccanico stava già seguendo i problemi delle imposte della diga.

L’individuazione della grande frana sul versante sinistro del bacino

Eseguito un sopralluogo sul posto il 21 luglio 1959, Müller commissionò un piano di studio, inizialmente solo in modo informale.

Tale studio venne affidato al geologo Edoardo Semenza – figlio del capo progettista Carlo Semenza – che fu poi coadiuvato dal geologo Franco Giudici. Semenza scoprì in una ricognizione sul campo la presenza, nel versante sinistro della valle del Vajont, di evidenti pericoli derivanti da una zona di miloniti non cementate, lunga circa 1,5 km. Ciò indusse Edoardo Semenza ad ipotizzare la presenza di una paleofrana, che interessava tutta l’area a più bassa quota del monte Toc, che, partendo dalle pareti scoscese sulla forra del torrente Vajont a nord (“Castelletto”, “Punta del Toc” e “Parete Nord del Toc”) superava la parte più pianeggiante delle pendici della montagna (“Pian del Toc” e “Pian della Pozza o della Paùsa”) risalendo poi (in direzione sud) la dorsale in modo più impervio verso il “Torrione di Punta Vasei” e il “Becco del Toc”. Informato della scoperta, Müller formalizzò un piano di studio approfondito basato su una sua proposta scritta molto dettagliata, inserita nel suo sesto rapporto del 10 ottobre 1959. La relazione definitiva Giudici-Semenza fu consegnata poi ufficialmente agli inizi di giugno 1960.

Le scoperte fatte avevano anche suggerito di eseguire una indagine geosismica attraverso la supposta paleofrana, che venne affidata a Pietro Caloi. I risultati ottenuti (novembre 1959) sembravano invece indicare che la zona a sinistra della vallata fosse “eccezionalmente” solida, rocce compatte coperte da soli 10-20 metri di detriti sciolti e franosi. Il rapporto di Caloi fu consegnato in via definitiva il 4 febbraio 1960.

I risultati agli antipodi dei due studi imposero un approfondimento del tema che fu favorito dagli avvenimenti successivi.

La prima prova d’invaso e le piogge evidenziano la grande frana

Nel frattempo i lavori di costruzione del manufatto erano continuati, e nel settembre del 1959 la diga era stata ultimata. Il 28 ottobre 1959 la SADE avanzò domanda di invaso sperimentale fino a quota 600m s.l.m., che fu approvata fino a quota 595m s.l.m. il 9 febbraio 1960.

Nel mese di marzo del 1960, quando l’invaso del Vajont si trovava all’incirca a quota 590 m s.l.m. nella parete settentrionale del Toc prospiciente la valle (nella parte ad est del torrente Massalezza praticamente di fronte al bivio per Casso) si verificò il crollo di una piccola porzione della “Parete Nord del Toc” vicino alla sua base occidentale. Inoltre si assistette alla rimobilitazione del “Castelletto del Toc” posto subito a ovest del torrente Massalezza e prospiciente la “Punta del Toc”.

Il lago del Vajont, con il segno dello scivolamento della frana del 1960. Si nota la “punta del Toc”, con il “Castelletto”

Continuavano nel frattempo le indagini suggerite da Müller, che nel maggio del 1960 portarono all’installazione dei primi capisaldi destinati a identificare eventuali movimenti franosi del Toc attraverso misure topografiche. Le misure, fatte con l’invaso a quota 595m s.l.m., rilevarono movimenti della parte più a nord del Toc, con velocità che risultarono crescenti nei mesi successivi.

Il 10 maggio 1960 la SADE chiese l’autorizzazione a portare l’invaso a quota 660m s.l.m. senza prima procedere con lo svaso, e la relativa autorizzazione venne concessa l’11 giugno 1960. Negli stessi giorni venne consegnata anche la relazione definitiva dello studio Giudici-Semenza, nel quale veniva confermata la supposta presenza della grande frana.

Il 9 luglio 1960 venne consegnata la relazione di Dal Piaz a proposito della stabilità dei versanti di tutto il bacino, che, per il versante settentrionale del Toc, in sostanza negava assolutamente l’esistenza della frana-paleofrana.

Nel frattempo proseguivano le verifiche di Semenza relative alla sua ipotesi della paleofrana. In particolare egli scoprì, tra la fine di luglio e il 2 agosto 1960, il probabile margine meridionale della paleofrana (ossia la parte montana della stessa, più vicina alla cima del Toc) in corrispondenza del punto di separazione del torrente Massalezza nei due rami occidentale e orientale, convergenti a “Y” nel corso principale e di solito asciutti. In essi si poteva osservare il passaggio dalla roccia sana affiorante a sud (lato montagna), a quella frantumata o finemente macinata affiorante a nord (lato valle del Vajont).

Sul finire del mese di ottobre 1960, con l’invaso all’incirca a quota 645m s.l.m., mentre i movimenti della frana raggiungevano e superavano l’allarmante velocità di ben 3 cm al giorno (che non venne più raggiunta fino all’imminenza del distacco nel 1963), sulle pendici del monte Toc (da quota 1200 verso il basso) fece la sua comparsa la fessura perimetrale lato montagna della massa in movimento. I suoi margini laterali risultavano evidenti solo nella parte a maggior quota, mentre apparivano scarsamente percepibili alle quote più basse. Questa grande fessura disegnava sulla montagna la sagoma di una grossa “M” (letta dal lato del torrente Vajont), larga tra 50 cm e 1m, e si immergeva in profondità con una inclinazione di circa 40°. Le due punte della “M” partivano da quota 1200m s.l.m. e 1400m s.l.m. e arrivavano fino a circa quota 600m s.l.m.

Il 4 novembre 1960 ci fu un segnale d’allarme, presagio della catastrofe: circa 750.000 m³ di terra e roccia (la cui parte prospiciente la forra si era già mossa accasciandosi qualche decina di metri più in basso fin dalla primavera di quell’anno) franarono nel bacino, che si trovava con l’acqua a quota 650m s.l.m.

I nuovi studi proposti e i tentativi di salvare l’impianto

Carlo Semenza, progettista della diga e ideatore della “galleria di sorpasso o bypass” sul versante destro della valle del Vajont

I movimenti sull’intero fianco della montagna, che interessavano un fronte di quasi 3 km, con evidenti segni di movimenti trascorrenti sui lati della grande “M” che si era venuta a formare (indice che il movimento della massa era parallelo a quello della linea laterale di rottura e quindi era in direzione nord ossia verso il bacino), pur se non interpretati in modo unanime (le discordanze riguardavano oramai solo la profondità della massa in movimento e quindi l’effettivo volume in metri cubi della stessa), segnarono un momento di svolta.

I dirigenti della SADE interpellarono immediatamente Müller, che dopo alcuni sopralluoghi consigliò loro di abbassare il livello del lago. Venne dunque eseguito uno svuotamento controllato (5 metri in due giorni) e graduale (seguito da un riposo di quattro giorni in cui si tenne il bacino a livello costante). Questo permise un immediato rallentamento dei movimenti e, con l’acqua all’incirca a quota 600m s.l.m., un arresto quasi definitivo (dicembre 1960).

Venne subito eseguita (dicembre 1960) una nuova indagine geologica (diretta ancora da Caloi) dalla quale emerse che la roccia ora aveva caratteristiche meccaniche pessime. Alcuni autori ritengono che la precedente indagine di Caloi (nella quale erano stati esclusi problemi di sorta per le pendici del monte Toc) non fosse stata eseguita o interpretata correttamente. La relazione fu consegnata ufficialmente il 10 febbraio 1961.

La galleria di “sorpasso frana”

Resosi conto che la caduta di una frana (anche nell’ipotesi più ottimistica sul volume) avrebbe reso inservibile il serbatoio, e posto in pericolo il resto della valle a monte della frana (con un incontrollato aumento delle acque del lago), Carlo Semenza propose la costruzione di una galleria “sorpasso frana” (costo circa 1 miliardo di lire).

Lunga 1.800 m, del diametro di 4,5 m, passando in roccia sana, sul versante destro della valle sotto al monte Salta, superava la zona “pericolante” del fianco sinistro del Vajont. L’imbocco a monte era presso i “Mulini delle Spesse” a quota 614 s.l.m. e lo sbocco di valle a ridosso della diga a quota 600 s.l.m.

Per velocizzare i lavori di scavo, iniziati a febbraio 1961, furono incaricate due imprese, Monti e Zadra, che andranno avanti fino a quando non si uniranno.

Zadra scava usando il sistema tradizionale “decauville”. Monti invece adotta, tra le prime in Italia, pale caricatrici cingolate, a ribaltamento posteriore, e dumper gommati a guida reversibile.

Si realizzano anche due “finestre” di servizio al ponte di Casso (quota 613,9 s.l.m) e al ponte del Colomber.

Viene completata il 5 ottobre 1961.

Nuovi elementi di studio: il 15º rapporto Müller

Il rapporto consegnato da Müller il 3 febbraio 1961, noto comunemente come il numero progressivo 15º in quanto era per l’appunto il suo quindicesimo rapporto, si occupava esclusivamente della frana delle pendici del monte Toc ed è da sempre uno dei punti di maggior contrasto tra gli autori che si sono occupati delle vicende del Vajont.

In tale relazione, il geomeccanico austriaco non concorda con Giudici e Semenza sull’ipotesi della paleofrana, mentre è in totale accordo con loro sul fatto che vi sia sul fianco sinistro del Vajont una grande frana, indicando come a suo parere non esistano dubbi sulla profonda giacitura del piano di scivolamento (spessore della frana) e ipotizzando una massa in movimento di circa 200 milioni di metri cubi di materiale (errando di circa un quarto in meno rispetto a quanto sarà poi verificato in seguito), fornendo tuttavia uno dei dati di previsione più precisi allora disponibili.

Questa individuazione abbastanza precisa della massa in movimento fu di fatto il motivo del contendere tra i vari autori, in quanto i sostenitori della tesi della prevedibilità hanno sempre utilizzato questo rapporto per dimostrare che non era possibile che i tecnici della società di energia elettrica non avessero chiaramente in vista i valori delle masse in gioco, e perché nelle prove sul modello idraulico (che verrà attrezzato a Nove, di cui si tratterà nel paragrafo successivo) non ne sia mai stata eseguita una partendo dalla sua ipotesi dei volumi in movimento.

Effettivamente la sua relazione rimane illuminante sotto molti aspetti, sia per quel che riguarda l’individuazione della correlazione tra livello dell’acqua del lago e precipitazioni rispetto ai movimenti della frana, sia per aver fornito tutta una serie di misure da effettuare e contromisure da utilizzare per poter risolvere i problemi che stavano attanagliando il serbatoio.

Il modello idraulico, durante la prima serie di prove.

Studi sul modello idraulico del bacino

Dopo la scoperta della frana delle pendici settentrionali del monte Toc, si decise di approfondire gli studi sui seguenti effetti: 1) azioni dinamiche sulla diga; 2) effetti d’onda nel serbatoio ed eventuali pericoli per le località vicine, con particolare attenzione al paese di Erto; 3) Ipotesi di una parziale rottura della diga e conseguente esame dell’onda di rotta e della sua propagazione lungo l’ultimo tratto del Vajont e lungo il Piave, fino a Soverzene ed oltre.

Lo studio del punto 1 venne eseguito presso l’I.S.M.E.S. (Istituto Sperimentale Modelli e Strutture) di Bergamo (nato nel 1951), mentre per gli altri la SADE decise la costruzione di un modello fisico-idraulico del bacino, nel quale poter eseguire alcuni esperimenti sugli effetti della caduta di una frana in un serbatoio.

Il modello in scala 1:200 del bacino, che è tuttora visitabile, fu allestito presso la centrale idroelettrica di Nove (loc. Borgo Botteon di Vittorio Veneto) della SADE, e divenne il C.I.M. (Centro Modelli Idraulici). Gli esperimenti furono affidati ai professori Ghetti e Marzolo, docenti universitari dell’Istituto di Idraulica e Costruzioni Idrauliche dell’Università di Padova, e furono eseguiti grazie al finanziamento della SADE, sotto il controllo dell’ufficio studi della società stessa.

Lo studio si prefiggeva di verificare gli effetti idraulici sulla diga e sulle sponde del serbatoio del franamento, e fu dunque indirizzato in questo senso piuttosto che a riprodurre il fenomeno naturale della frana. Gli esperimenti vennero condotti in due diverse serie (agosto-settembre 1961 e gennaio-aprile 1962), delle quali la prima servì sostanzialmente per affinare il modello.

La prima serie di esperimenti

La prima serie di 5 esperimenti ebbe inizio il 30 agosto 1961 con una superficie di scivolamento della frana piana inclinata di 30°, costituita da un tavolato di legno rivestito da una lamiera. La massa franante era simulata con della ghiaia, trattenuta tramite reti flessibili metalliche, che venivano inizialmente trattenute in posizione mediante funi allentate poi all’improvviso. All’inizio di settembre furono eseguite altre 4 prove destinate ad avere scopo orientativo. La prima sempre con un piano inclinato di 30°, le seguenti 3 con un piano inclinato di 42°. Riscontrata l’impossibilità di riprodurre nel modello il naturale fenomeno geologico della frana, il modello venne elaborato modificando la superficie di movimento della frana, che venne sostituita con una in muratura (i relativi profili furono elaborati da Semenza, che per redigerli si avvalse anche dei sondaggi che erano già stati effettuati e che avevano fornito sufficienti elementi di giudizio in questo senso), per rendere possibile la variazione della velocità di caduta della frana nel serbatoio (resa difficile dalla nuova forma “a dorso” della superficie di movimento). Per simulare la compattezza del materiale in movimento (che nel modello rimaneva la ghiaia) vennero inseriti dei settori rigidi che vennero trainati attraverso delle funi tirate da un trattore.

La seconda serie di esperimenti

In questi 17 esperimenti, condotti dal 3 gennaio 1962 al 24 aprile 1962, il materiale “franante” era ancora della ghiaia, questa volta trattenuta attraverso delle reti di canapa e delle cordicelle. Partendo dall’ipotesi di Muller relativa alle diverse caratteristiche della massa in movimento tra la parte a valle del torrente Massalezza (ovest) e la parte a monte dello stesso (est), tutti gli esperimenti furono compiuti facendo scendere quelle due ipotetiche parti della frana separatamente. Nel modello, tuttavia, le due frane vennero fatte scendere inizialmente in tempi diversi, in modo che i loro effetti fossero totalmente separati e, successivamente, quando l’ondata prodotta dalla prima tornava indietro, in modo da ottenere un sovralzo totale dell’acqua del lago anche maggiore.

La relazione finale Ghetti

Il sovralzo totale dell’acqua del serbatoio (misurato attraverso appositi strumenti) veniva scomposto in “sovralzo statico”, che era l’effetto non transitorio di aumento del livello dell’acqua rimasta nel serbatoio dopo il franamento per effetto dell’immersione della frana nel serbatoio (una volta raggiunto nuovamente lo stato di quiete), e in “sovralzo dinamico”, dovuto al moto ondoso temporaneo prodotto dal franamento. Il sovralzo statico dipendeva dal volume della frana che rimaneva immerso nel serbatoio, mentre il sovralzo dinamico dipendeva quasi esclusivamente dalla velocità di caduta della frana (mentre era trascurabilmente legato al volume della stessa).

In base a questa simulazione (in seguito al disastro oggetto di critiche, poiché considerata da alcuni approssimativa) si determinò che ponendo un limite di invaso a quota 700m non si sarebbero avuti danni sopra quota 730m s.l.m. lungo le sponde del serbatoio, mentre una minima quantità d’acqua avrebbe superato il ciglio della diga (722,5m) procurando danni trascurabili a valle della stessa.

«Con le esperienze riferite, svolte su un modello in scala 1:200 del lago-serbatoio del Vajont, si è cercato di fornire una valutazione degli effetti che verranno provocati da una frana, che è possibile abbia a verificarsi sulla sponda sinistra a monte della diga. Premesso che il limite estremo a valle dell’ammasso franoso dista oltre 75 m. dall’imposta della diga, e che la formazione di questa imposta è di roccia compatta e consistente e ben distinta, anche geologicamente, dall’ammasso predetto, non è assolutamente da temersi alcuna perturbazione di ordine statico alla diga col verificarsi della frana, e sono perciò da riguardarsi solo gli effetti del rialzo ondoso nel lago e nello sfioro sulla cresta della diga in conseguenza della caduta. Le previsioni sulle modalità dell’evento di frana sono quanto mai incerte dal punto di vista geologico. Scoscendimenti parziali di limitata entità ebbero a verificarsi negli ultimi mesi del 1960 nella parte più bassa della sponda in movimento in concomitanza coll’iniziale, ed ancora parziale, riempimento dell’invaso. La formazione franosa si estende su una fronte complessiva di 1,8 km., dalla quota 600 alla quota 1.200 m.s.m. (quota di massimo invaso del lago-serbatoio 722,50 m.s.m.). L’esame geologico porta a riconoscere una presumibile superficie concoide di scorrimento, sulla quale l’ammasso franoso, costituito da materiale incoerente e detriti di falda in prevalenza, raggiunge nella parte centrale (a cavallo dell’asta del torrente Massalezza) lo spessore di 200 m. L’andamento della scarpata è più ripido nella parte inferiore che sovrasta il lago; ad un cedimento di questa parte sarebbe probabilmente seguito lo scoscendimento dell’ammasso superiore. È da ritenersi che l’eventuale discesa della frana difficilmente potrà manifestarsi contemporaneamente su tutta la fronte; è più fondata invece l’ipotesi che scenderà per prima l’una o l’altra delle due zone poste a monte o a valle del torrente Massalezza, e che questo scoscendimento sarà seguito, a più o meno breve intervallo, da quello della restante zona.»

(Relazione Ghetti 4 luglio 1962)

«Questi dati sembrano sufficientemente indicativi dell’entità che il fenomeno ondoso può presentare pur nelle più sfavorevoli previsioni di caduta dell’ammasso franoso. Si fa osservare che il sovralzo riscontrato in prossimità della diga è sempre superiore a quello che si manifesta nelle zone più distanti lungo le sponde del lago. Passando a considerare gli effetti della frana che sopravvenga a lago non completamente invasato, si ha dalle prove che già con l’invaso portato a quota 700 m.s.m. l’evento più sfavorevole, e cioè la caduta della zona a valle in 1 min. a seguito di precedente caduta della zona a monte, provoca appena, con sovralzo di 27 m. presso la diga (e massimo di 31 m. a 430 m. da essa) uno sfioro poco superiore a 2.000 mc/s. Partendo dalla quota d’invaso 670 m.s.m. anche con la frana più rapida il sovralzo è assai limitato e ben al disotto della cresta di sfioro. Sembra pertanto potersi concludere che, partendo dal serbatoio al massimo invaso, la discesa del previsto ammasso franoso solo in condizioni catastrofiche, e cioè verificandosi nel tempo eccezionalmente ridotto di 1-1.30 minuti, potrebbe arrivare a produrre una punta di sfioro dell’ordine di 30.000 mc/s., ed un sovralzo ondoso di 27,5 m. Appena raddoppiando questo tempo il fenomeno si attenua al disotto di 14.000 mc/s di sfioro e di 14 m. di sovralzo. Diminuendo la quota dell’invaso iniziale, questi effetti di sovralzo e di sfioro si riducono rapidamente, e già la quota di 700 m.s.m. può considerarsi di assoluta certezza nei riguardi anche del più catastrofico prevedibile evento di frana. Sarà comunque opportuno, nel previsto prosieguo della ricerca, esaminare sul modello convenientemente prolungato gli effetti nell’alveo del Vajont ed alla confluenza nel Piave del passaggio di onde di piena di entità pari a quella sopra indicata per i possibili sfiori sulla diga. In tal modo si avranno più certe indicazioni sulla possibilità di consentire anche maggiori invasi nel lago-serbatoio, senza pericolo di danni a valle della diga in caso di frana»

(Relazione Ghetti 4 luglio 1962)

«la fase conclusiva sulla quota di sicurezza è come un corpo estraneo nel contesto della relazione. Le esperienze sono state condotte con dati di partenza non aderenti alla realtà, dati forniti dalla SADE; anche i dati di taratura sono da considerare contraddittori per quanto riguarda la velocità delle frane. È mancata agli sperimentatori l’assistenza di un geologo o di un geomeccanico, donde la sorprendente richiesta della granulometria della frana, la respinta giustificata della proposta di usare dei cubetti di dimensioni non precisate, l’impiego di una superficie di scorrimento non razionale, la mancata ricerca bibliografica nella letteratura geologica»

(Relazione Ghetti 4 luglio 1962)

Tuttavia il modello in scala della probabile frana non risultò successivamente attendibile, essendo composto di materiali diversi da quelli originali (invece di usare una massa compatta per simulare la frana, venne usata della ghiaia, che produsse effetti minori di una massa dello stesso volume ma più compatta) e principalmente perché lo studio partì da un errore di base nella valutazione del tempo di caduta della frana (valore determinante per calcolare correttamente il sovralzo dinamico). Tuttavia, in una riunione del 30 marzo 1962, venne espressa dai tecnici la convinzione che il tempo di 1 minuto per la caduta della frana sperimentato da Ghetti fosse troppo breve, fatto che probabilmente convinse molti che anche superare la quota di 700m s.l.m. non avrebbe generato alcun tipo di pericolo anche nel caso di caduta della frana.

Gli invasi sperimentali per il collaudo della diga

La diga, in una rara foto a colori

Durante il primo riempimento del serbatoio, raggiunta la quota di 650 m s.l.m., il 4 novembre 1960 si verificò una frana. Allora si effettuò uno svaso che terminò nel gennaio del 1961. Da gennaio a ottobre dello stesso anno, il lago venne mantenuto ad una quota tra 590 e 600 m s.l.m per permettere la costruzione della galleria di by-pass.

Terminata la costruzione della galleria, si iniziò la seconda prova d’invaso, che venne eseguita con particolare cautela, controllando i movimenti della frana in rapporto al livello del lago. I movimenti della frana ripresero molto lentamente nell’aprile 1962, ma nel novembre successivo, con la quota a 700 m s.l.m raggiunsero la velocità di 1,5 cm al giorno. Quindi si decise un nuovo svaso che terminò a marzo del 1963 con il lago a quota 650 m s.l.m., arrestando così i movimenti della frana.

La diga e il lago a quota 710, circa. (settembre 1963)

La diga del Vajont nel 1963 pochi mesi prima della tragedia

Il terzo e ultimo invaso richiesto ed iniziato a nazionalizzazione già avvenuta, fu eseguito a partire da aprile del 1963, con autorizzazione fino alla quota di 715 m s.l.m. Tale quota non venne mai raggiunta, ma si fermò a 710.

Il livello del lago fu fatto aumentare velocemente per poi rallentare e raggiungere quota 700 a fine giugno, restando fermo fino a metà agosto. La frana riprese i movimenti anche con la quota del lago ferma a 700 metri tra luglio e agosto. Dalla seconda metà di agosto, si alzò il livello fino a 710 metri, raggiungendo la quota i primi giorni di settembre. La frana aumentò la velocità dei movimenti, arrivando a 2 cm/ giorno il 25 settembre.

Iniziò allora lo svaso per poter arrivare alla quota di sicurezza indicata da Ghetti di 700 metri. Quota raggiunta il 9 ottobre, quando avvenne la tragedia.

Va anche precisato che arrivare alla quota massima, non significava “collaudare” la diga. Questo era solo un primo passo: si sarebbero poi dovuti compiere, fra l’altro, degli svasi e successivi invasi per uno specifico “collaudo tecnico-funzionale del comportamento e dell’efficienza statica ed idraulica della struttura della diga e delle spalle di appoggio”, consistenti anche nel controllare che tutti i parametri strumentali ritornassero ai dati di partenza.

Comunque, pure ai fini della sicurezza del serbatoio, sarebbe stato molto improbabile arrivare al collaudo prima che si fossero stabilizzate le già note problematiche delle sponde.

Il disastro e la ricostruzione

Foto aeree dell’invaso prima e dopo la frana del 9 ottobre 1963

Il 14 marzo 1963 avviene il conferimento ad ENEL, con conseguente avvio di una fase di passaggio delle consegne, cioè della assunzione del controllo e della presa in carico delle responsabilità operative esecutive. A cavallo di questi momenti critici vi è l’avvio del necessario processo di presa di conoscenza dell’impianto e delle criticità da parte dei funzionari di ENEL, a cui erano assegnati il controllo esecutivo della centrale.

Alla fine dell’estate del 1963 i capisaldi rilevarono movimenti preoccupanti della montagna, quindi venne deciso di diminuire gradualmente l’altezza dell’invaso, arrivando alla quota di sicurezza di 700 m s.l.m ipotizzata da Ghetti il 9 ottobre. L’8 ottobre, il Comune di Erto su sollecito dei tecnici S.A.D.E. emana la seguente ordinanza:

«“Avviso di pericolo continuato. Si porta a conoscenza della popolazione che gli uffici tecnici della Enel-Sade segnalano l’instabilità delle falde del monte Toc e pertanto è prudente allontanarsi dalla zona che va dal Gorc, oltre Pineda e presso la diga e per tutta la estensione, tanto sotto che sopra la piana. La gente di Casso, in modo particolare, si premuri di approfittare dei mezzi che l’Enel-Sade mette a disposizione per sgomberare ordinatamente la zona, senza frapporre indugio, con animali e cose. boscaioli e cacciatori cerchino altre plaghe e siccome le frane del Toc potrebbero sollevare ondate paurose su tutto il lago, si avverte ancora tutta la gente e in modo particolare i pescatori che è estremamente pericoloso scendere sulle sponde del lago. Le ondate possono salire le rive per decine di metri e travolgere annegando anche il più esperto dei nuotatori. Chi non ubbidisce ai presenti consigli, mette a repentaglio la propria vita. Enel-Sade e autorità tutte non si ritengono responsabili per eventuali incidenti che possono accadere a coloro che sconsideratamente, si avventurano oltre i limiti sopra descritti”

Alle 22,39 del 9 ottobre 1963, però, si staccò dalla costa del Monte Toc (notare che il nome di tale monte, in friulano, è l’abbreviazione di “patoc”, che significa “marcio”, “fradicio”) una frana lunga 2 km di oltre 270 milioni di metri cubi di rocce e terra. In circa 20 secondi la frana arrivò a valle, generando una scossa sismica e riempiendo il bacino artificiale.

Immagine delle vittime del disastro

L’impatto con l’acqua generò tre onde: una si diresse verso l’alto, lambì le abitazioni di Casso, ricadde sulla frana e andò a scavare il bacino del laghetto di Massalezza; un’altra si diresse verso le sponde del lago e, attraverso un’azione di dilavamento delle stesse, distrusse alcune località nel comune di Erto e Casso, e la terza (di circa 50 milioni di metri cubi di acqua) scavalcò il ciglio della diga, che rimase intatta ad eccezione del coronamento percorso dalla strada di circonvallazione che conduceva al versante sinistro del Vajont, e precipitò nella stretta valle sottostante.

I circa 25 milioni di metri cubi d’acqua che riuscirono a scavalcare l’opera raggiunsero il greto sassoso della valle del Piave e asportarono consistenti detriti, che si riversarono sul settore meridionale di Longarone causando la quasi completa distruzione della cittadina (si salvarono solo il municipio e le case poste a nord di esso) e di altri nuclei limitrofi, e la morte, nel complesso, di circa 2000 persone (i dati ufficiali parlano di 1917 vittime, ma non è possibile determinarne con certezza il numero). È stato stimato che l’onda d’urto dovuta allo spostamento d’aria fosse di intensità uguale, se non addirittura superiore, a quella generata dalla bomba atomica sganciata su Hiroshima.

I pompieri partiti da Belluno, dopo aver ricevuto segnalazioni circa l’innalzamento del livello del Piave, non poterono raggiungere il luogo, poiché da un certo punto in poi la strada, provenendo da valle, era stata completamente divelta; Longarone fu raggiunta allora dai pompieri partiti da Pieve di Cadore, che furono i primi a rendersi conto di cosa fosse accaduto e poterlo comunicare. Alle ore 5:30 della mattina del 10 ottobre 1963 i primi militari dell’Esercito Italiano arrivarono sul luogo per portare soccorso e recuperare i morti. Tra i militari intervenuti vi erano soprattutto Alpini, alcuni dei quali appartenenti all’Arma del genio, che scavarono anche a mano per cercare i corpi dei dispersi. Questi trovarono anche alcune casseforti delle banche del paese, non più apribili con le normali chiavi in quanto molto danneggiate. Anche i Vigili del Fuoco provenienti da 46 Comandi Provinciali parteciparono in massa ai soccorsi, con un impiego di 850 uomini, tra Nuclei Somozzatori, Terra ed Elicotteristi, e un grande numero di automezzi e attrezzature. Il Nucleo Sommozzatori di Genova, con 8 unità di personale, venne adibito, in particolare, nel bacino antistante la Diga di Busche, al dragaggio per ricercare salme e fustame di sostanze tossiche (61 fusti di cianuro), con successiva perlustrazione mediante immersione e finale rimozione dei fanghi a bacino prosciugato. Dei circa 2000 morti, sono stati recuperati e ricomposti sommariamente solo 1500 cadaveri, la metà dei quali non è mai stato possibile riconoscere.

L’onda del Vajont

L’onda generata dalla frana si divise in due, e la parte meno disastrosa corse verso monte in zona Erto-Casso e località minori nel percorso, opposta a quella che precipitò nella stretta vallata e investì Longarone, dove fece il più elevato numero di vittime. L’onda di piena raggiunse un’altezza stimata nel lago di 250 m; la tabella illustra l’altezza massima stimata dell’onda causata dalla frana del monte Toc:

Zona Altezza max
Bacino della Diga del Vajont (PN) 250 m
Pirago di Longarone (BL) 25 m
Castellavazzo (BL) ca 30 m
Codissago (BL) ca 30 m
Ponte nelle Alpi (BL) >12 m
Belluno (BL) 12 m
Segusino (TV) 4,89 m
Nervesa della Battaglia (TV) 2,33 m

Fonte:L’onda di piena seguita alla frana del Vajont, studio della facoltà di ingegneria dell’Università degli Studi di Napoli

Le opere per la messa in sicurezza del lago

Il Ministero dei lavori pubblici avviò immediatamente un’inchiesta per individuare le cause della catastrofe.

Furono avviate operazioni di messa in sicurezza della valle.

Il livello del lago crebbe di 14 metri, passando dalla quota di 700,30 a 714 circa. Destava preoccupazione l’impossibilità di controllare e/o regolare l’innalzamento naturale del livello del lago residuo, che essendo rimasto senza emissario, continuava a raccogliere le acque del suo bacino imbrifero; una situazione che diventava particolarmente pericolosa per l’abitato di Erto e le case superstiti rimaste in riva al lago.

Questa grave situazione impose di predisporre una serie di lavori, per garantire la sicurezza del bacino del Vajont e delle zone limitrofe. Si decise così di operare contemporaneamente su due direzioni.

  • di più veloce attuazione ma provvisoria, consisteva dell’asportazione meccanica delle acqua del lago con delle pompe;
  • realizzare opere atte a permettere alle acque di sfogare naturalmente cioè di uscire dal lago per gravità, sia verso il Piave (a valle) che verso monte a Cimolais (Val Cimoliana).

Si temeva inoltre, che il cosiddetto “diedro” roccioso sul monte Toc all’estremità orientale della frana, potesse a sua volta franare nell’invaso. Ciò avrebbe provocato delle ondate pericolose oltre che per Erto, anche per Cimolais, se le stesse avessero scavalcato il Passo di San Osvaldo, che è alla quota di 827 s.l.m. Per questo nella zona del passo, vennero eseguiti due interventi:

  • La costruzione di un alto muro di gabbioni di sassi e rete metallica posta a chiusura del passo stesso, con un passaggio carrabile.
  • L’impermeabilizzazione dell’inconsistente mantello morenico che si trova sotto il passo, per evitare fenomeni di infiltrazioni e passaggi d’acqua verso la Val Cimoliana. E stata ottenuta con iniezioni cementizie, creando un diaframma alla profondità di 60 metri.

L’impianto di pompaggio provvisorio verso Cimolais

L’impianto di pompaggio in riva al lago del Vajont

L’impianto provvisorio a 2 stadi, della potenza complessiva di oltre 5.000 kW (6700 CV) collocato in coda al lago sotto l’abitato di San Martino, in prossimità dello sbocco della Val Tuora ad una quota di 756 metri s.l.m, fu eseguito con uno sbancamento in zona pianeggiante dove fu realizzato il getto per accogliere il capannone che ospitava le pompe di mandata ed un vascone di pescaggio. Un’opera eseguita in condizioni difficili, sia per la zona impervia, ma anche perché era pieno inverno (metà novembre del 1963). Fu necessario costruire e riadattare 30 km di linea a media tensione, per alimentare le pompe elettriche.

Il primo stadio era formato da 10 elettropompe centrifughe ad asse inclinato telescopico (albero speciale allungato) scorrevoli su binario, per seguire il livello del lago, da quota 739 quota 720 s.l.m, che portavano l’acqua ad un vascone posto 40 metri più in alto.

Il secondo stadio, all’interno di un capannone metallico dotato di un piccolo carroponte per la posa delle pompe, era composto da 14 elettropompe fisse collocate sopra il vascone stesso, che conducevano l’acqua in tre condotte metalliche dal diametro di 50 cm, che si innalzavano per quasi 100 metri lungo la mezzacosta destra della val Tuora, e versavano l’acqua in una canaletta in legno lunga quasi 2 km, e della sezione di 1m x 1 m. Questa canaletta posata a mezza costa, e in leggera pendenza permetteva per gravità alle acque di superare il passo di S. Osvaldo. Essa disperdeva l’acqua aspirata del lago nell’alveo del rio Tremenigia, a scendere poi verso Cimolais e raccordarsi infine con il torrente Cimoliana.

Il 19 febbraio 1964 l’impianto venne messo in funzione, e il lago rimasto era salito di altri 10 metri, da 714 a 724 m s.l.m, con una quantità di 100 milioni di metri cubi d’acqua.

Poiché le pompe asportavano acqua ad una portata superiore di quelle in arrivo dai torrenti emissari nel lago, si riuscì ad arrestare l’aumento di crescita ed abbassarlo. L’impianto rimase in funzione per 7 mesi fino a settembre del 1964, quando il livello del lago era sceso fino al limite di pescaggio delle pompe dello stadio inferiore. Verrà smantellato agli inizi del 1969.

Le due gallerie verso la Val Cimoliana

Queste due gallerie erano state progettate per il riempimento del serbatoio tramite l’alto Cellina, ed immettere le acque del Vajont, in Val Cimoliana per utilizzo idroelettrico ed irriguo alla pianura friulana. Nel 1963 erano in costruzione, ed all’avvento della nazionalizzazione la Sade fermò questi lavori.

Per mettere in opera in maniera definitiva l’eventuale scarico delle acque verso Cimolais vennero completate le due gallerie, entrambe realizzate per metà. La galleria più alta a quota 721 di 2,6 metri di diametro venne rimessa in scavo già a novembre del 1963, aggiungendo 2.200 metri agli altri 1000 già scavati. Non essendo però più utile lo scopo originario (cioè convogliare le acque dell’alto Cellina al serbatoio del Vajont), fu deviata sopra l’abitato di Cimolais. L’eventuale passaggio d’acqua sarebbe stato convogliato con una tubazione metallica al torrente Cimoliana, affluente del torrente Cellina. Lavoro terminato nell’estate del 1964.

La seconda galleria a quota 640 m s.l.m, venne realizzata utilizzando lo stesso tracciato per la quale era stata concepita; alimentare una centrale idroelettrica nella Val Cimoliana, e la richiesta d’acqua ai consorzi irrigui. Galleria scavata per soli 800 metri, del diametro di 2,5 m. Venne completata scavando gli ultimi 3.500 metri dalla Val Cimoliana, e resa funzionante nel 1966.

Il ripristino della galleria di sorpasso frana, verso la valle del Piave

Bisognava riportare il torrente Vajont al suo sbocco originario al fiume Piave, e quindi apparve subito opportuno utilizzare la galleria “sorpasso frana” scavata nel 1961. Si prevedeva all’epoca che tutte le opere di scarico della diga, e della galleria di sorpasso, non venissero interessate dalla caduta della frana.

Verso monte, l’imbocco si trovava sotto 100 metri d’acqua e ricoperto da oltre 15 metri di fango e roccia. Quello di valle, che doveva sfociare un centinaio di metri a monte della diga, era stato ostruito e reso inservibile dalla frana.

Gli interventi di ripristino sono stati pure questi impegnativi e complessi, sia in fase di progettazione che di realizzazione, e vista l’urgenza si adottarono tecniche di esecuzione diverse da ambo i lati della galleria.

Partendo da valle del ponte tubo ricostruito nel 1964, ed aggirando varie infrastrutture della diga, venne scavata una galleria di 200 metri da dove vennero eseguiti con delle sonde, dei fori di spillamento intercettando la galleria di sorpasso. Verso monte, con una sonda installata su una zattera si eseguirono due fori, del diametro di 80 cm, attraversando il materiale di frana e perforando la calotta della galleria dove non era riempita di roccia. Alla fine di luglio del 1964 l’acqua iniziò a scorrere verso la valle del Piave. Il passaggio d’acqua attraverso i grossi fori a monte della frana ha provocato il risucchio del materiale che ostruiva l’imbocco, liberandolo. A questo punto l’acqua, scaricandosi liberamente, si abbassò fino al livello della soglia d’imbocco della galleria a quota 624 m s.l.m.

Negli anni ottanta venne deciso di dare una sistemazione definitiva verso il Piave. Fu costruito un nuovo imbocco di monte, rialzato di 11 metri rispetto all’originario e collegato in discesa alla galleria di sorpasso a valle dell’imbocco originario, che verrà chiuso. Verso valle la galleria di scarico realizzata nel 1964 fu ampliata fino al diametro di quella di sorpasso, cioè da 2,5 m a 4,5, e il suo sbocco venne allontanato dal ponte tubo portandolo maggiormente verso valle. Tutta la galleria, per l’intera lunghezza di 2.200 metri, non ha opere di apertura e chiusura, e permette di scaricare portate notevoli anche in caso di piena eccezionale. L’acqua del torrente Vajont con una spettacolare cascata, riprese l’antico sbocco al Piave.

Il nuovo ponte canale in acciaio in fase di costruzione

La ricostruzione del ponte-canale nella forra del Vajont

A causa dell’onda che scalvalcò la diga, venne travolto e distrutto il ponte-canale che si trovava a pochi metri a valle della diga. In pochi mesi venne progettato un nuovo ponte completamente nuovo in acciaio.

Realizzato in più sezioni dalle acciaierie di Terni, venne montato in soli 6 mesi. Nell’agosto del 1964 il ponte era completato.

La ricostruzione di Longarone e di Erto e Casso

Nonostante le rassicurazioni dei geologi si decise di trasferire la popolazione di Erto.

Nel 1971, per permettere agli sfollati ancora senza casa di tornare alla normalità, venne costruito il comune di Vajont, presso Maniago.

La comunità riprese subito a ricostruire non solo il tessuto sociale distrutto, ma anche la città. Un altro centro, chiamato Nuova Erto, venne costruito a Ponte nelle Alpi (provincia di Belluno), di cui costituisce un quartiere. Infine sopra il vecchio abitato originale di Erto venne costruito il paese di Erto attuale.

Per cercare di riavviare l’economia locale a seguito della tragedia, il Parlamento italiano approvò la legge n. 357/1964 (detta “Legge Vajont”): essa prevedeva che ogni abitante dei comuni colpiti che fosse dotato di una licenza commerciale, artigianale o industriale al 9 ottobre 1963 venisse dotato di un contributo a fondo perduto del 20% del valore dell’attività distrutta, un ulteriore finanziamento pari all’80% a tasso di interesse fisso per la durata di 15 anni, e che per 10 anni venisse esentato dal pagamento dell’imposta sulla ricchezza mobile. Se poi il beneficiario non avesse potuto o voluto ricominciare a svolgere l’attività precedente, aveva il diritto di cedere a terzi la licenza, i quali godevano delle stesse esenzioni e vantaggi a condizione di operare in un’area che inizialmente corrispondeva a quella del disastro, ma che poi venne estesa all’intero territorio delle regioni in qualche modo interessate (Trentino, Veneto, Friuli – Venezia Giulia). Fu così che aziende ed imprese del tutto estranee alla vicenda, acquistando le licenze in oggetto per prezzi irrisori, poterono godere di finanziamenti pubblici particolarmente rilevanti, inizialmente destinati alle vittime.

Vittime

Le vittime furono stimate a 1 917, ma vennero recuperati solo 1 500 cadaveri. Nel disastro morirono 487 bambini. La vittima più giovane del disastro fu Claudio Martinelli di Erto e Casso (PN), nato il 18/09/1963 con solo 21 giorni di vita, la vittima più anziana fu Amalia Pancot nata il 26/01/1870 di 93 anni di Conegliano (TV). Delle 1917 vittime, 64 persone erano dipendenti dell’Enel e delle imprese Monti e Consonda Icos, impegnate nel completamento della diga e delle opere di servizio.

Comune Vittime
Longarone 1 458
Erto e Casso 158
Castellavazzo
Codissago
111
Altri comuni 207
TOTALE 1 917

Fonte: oggi.it

Solidarietà e aiuti

La mattina immediatamente dopo la sciagura la macchina dei soccorsi si mise in moto. Da tutto il Friuli e Veneto vennero inviati sul luogo Esercito Italiano, Alpini, Vigili del Fuoco; assieme anche al comando delle Esercito USA di Aviano e Vicenza, resosi utile soprattutto con l’utilizzo di elicotteri per sfollare i villaggi isolati di Erto e Casso.

Molti furono anche i telegrammi di solidarietà e vicinanza inviati al Presidente della Repubblica Antonio Segni da tutto il mondo il 10 ottobre 1963; tra i quali quelli di Stati Uniti, Inghilterra, Francia e Austria:

«Tutti gli americani si uniscono a me nell’esprimere la loro piena solidarietà con quanti hanno subito perdite a causa del tragico disastro occorso presso Belluno e la valle del Vajont. Le sarei graditissimo se ella volesse rendersi cortese interprete presso i parenti delle vittime, del mio profondo cordoglio personale.»

(John F. Kennedy Presidente degli Stati Uniti d’America; telegramma 10 ottobre 1963)

«Sono rimasta profondamente costernata alla notizia della disastrosa alluvione accorsa nella valle del Piave che ha causato tanti danni e perdite di vite umane. Mio marito ed io preghiamo vostra eccellenza di accettare la sincera espressione della nostra solidarietà e del nostro cordoglio per i superstiti, i feriti e i senza tetto, e di volersene rendere cortese interprete presso di loro

(Elisabetta II del Regno Unito; telegramma 10 ottobre 1963)

«Profondamente contristato dalla notizia della catastrofe, vi invio Sig. Presidente l’espressione della mia sincera condoglianza e prego vostra eccellenza di voler assicurare il popolo Italiano della profonda ed amichevole comprensione di tutti i Francesi

(Charles de Gaulle Presidente della Repubblica Francese; telegramma 10 ottobre 1963)

«Sotto l’impressione per la terribile catastrofica inondazione che ha colpito il Suo paese, anche a nome del popolo austriaco le assicuro la più calda e profonda partecipazione

(Adolf Schärf Presidente dell’Austria; telegramma 10 ottobre 1963)

Durante tutto il 1963 in tutta Italia la Croce Rossa, la Rai, Corriere della Sera, la Stampa aiutarono con delle raccolte fondi le popolazioni del Vajont. Aiuti economici arrivarono anche da tutto il mondo, in particolare la Croce Rossa Francese donò oltre 2 milioni di lire alla Croce Rossa Italiana.

Prevedibilità o imprevedibilità dell’evento

Longarone prima e dopo il disastro del Vajont.

Al fine di dirimere una delle questioni maggiormente controverse della vicenda, va chiarito che, alla luce di quanto esposto precedentemente, la frana presente sul monte Toc e poi innescatasi nella notte del 9 ottobre 1963 era stata apertamente individuata già dall’autunno del 1960. Inoltre, se almeno inizialmente i tecnici avevano discusso sulle sue effettive dimensioni (come metri cubi di materiale franoso potenzialmente in movimento), a partire almeno dall’anno 1961 nel quale vennero installati i piezometri (profondi circa 175m), è oggettivamente poco credibile ritenere che gli specialisti non avessero chiara l’evidenza che il movimento franoso interessasse in blocco una massa di grande spessore (profondità) e volume, in quanto i piezometri, ad esclusione degli ultimi metri del numero 4 (secondo altre fonti si tratta del numero 2), non denunciavano rotture o deformazioni.

Le indecisioni riguardavano la velocità di movimento (connessa al piano di scivolamento) ed eventualmente il tempo di caduta della frana, in quanto taluni dubitavano sull’effettiva unicità della stessa, essendo più propensi a dividerla in due porzioni (a est e ovest del torrente Massalezza), destinate a distaccarsi in tempi diversi. Va infatti ricordato che la decisione di costruire una galleria di sorpasso o bypass della frana sul fianco della valle opposto a quello “pericolante” (che avesse contemporaneamente salvato l’invaso e permesso il controllo del lago a monte rimasto senza emissario in caso di caduta della frana) fu avanzata già nel novembre del 1960, e i lavori di costruzione della stessa iniziarono già dal febbraio del 1961. Era dunque chiaro che la frana era di tale portata da essere in grado di rendere inefficiente il serbatoio, interrando completamente circa 2–3 km dello stesso, e riducendone la portata di quasi la metà. Le rilevazioni sui movimenti della frana attraverso capisaldi cominciarono già nell’estate del 1960, mentre dati sui livelli di acqua nei piezometri furono raccolti dall’estate successiva.

L’oggettiva imprevedibilità dell’evento riguardava solo il “momento esatto” nel quale la frana si sarebbe effettivamente messa in movimento e, solo in parte, quali sarebbero stati gli eventi scatenanti. Le variabili in gioco furono subito legate all’altezza dell’acqua nell’invaso e a una sua quasi certa correlazione con le precipitazioni atmosferiche.

«Quanto i fenomeni attuali siano dovuti alle piogge, eccezionalmente continuate, dalla seconda metà dell’anno scorso [ossia maggio 1960] e quanto invece siano effettivamente dovuti al serbatoio, nessuno saprà mai; il fatto è che malauguratamente le due possibili cause hanno coinciso nel tempo. Se avessimo costruito il serbatoio alcuni anni fa in annate meno piovose e non fosse successo niente, oggi potremmo dire che la minaccia è dovuta unicamente alle piogge, ma purtroppo così non è, e dobbiamo sopportare le conseguenze di questa disavventura.»

(Dalla lettera di C. Semenza a V. Ferniani del 20 aprile 1961)

Va tuttavia ricordato che i movimenti dei capisaldi nei punti di rilevamento del movimento franoso installati già dall’estate del 1960 erano risultati assolutamente allarmanti già dagli inizi di agosto del 1963, andando di fatto peggiorando durante tutto il periodo che portò al distacco della frana agli inizi di ottobre.

Una maggiore cautela avrebbe dovuto spingere i tecnici dell’ENEL-SADE a interrompere la terza prova d’invaso già in agosto, anche se essi potrebbero essere stati inizialmente fuorviati dalla teoria-ipotesi della “prima bagnatura” formulata da Müller e avvalorata da Penta. Essi tralasciarono purtroppo l’importanza della piovosità pure affermata da Müller già nel 1961. Infine va fatta menzione del fatto che durante la mattina e il pomeriggio di quel tragico 9 ottobre 1963, a causa dei movimenti impressionanti registrati dai capisaldi rispetto ai giorni precedenti (30 cm contro 5 cm) fu chiaro che la caduta della frana era imminente, tanto che molte località del Comune di Erto furono sgomberate durante quella giornata. Fu anche deciso di sospendere la circolazione stradale sulla statale Alemagna, ma non vennero sgombrati i paesi del fondovalle e tutte le frazioni di Erto più prossime alle sponde dell’invaso.

Si parla spesso di “corsa al collaudo” come causa del disastro. L’ipotesi di questa corsa, secondo alcuni motivata dalla nazionalizzazione delle Industrie Elettriche avvenuta nel 1963, non ha trovato fondamento in sede giudiziaria. Il decreto che istituiva l’ENEL indicava come termini di risarcimento ai proprietari delle Società Elettriche il pagamento del pacchetto azionario, il cui valore era fissato come “media degli anni compresi tra il 1959 e il 1962”. A dimostrazione di come qualsiasi azione intrapresa al collaudo di nuovi impianti volta ad aumentare il controvalore erogato dallo Stato per la nazionalizzazione non avrebbe mai potuto portare al conseguimento di questo obiettivo.

Non è invece risultata plausibile, dalle evidenze anche processuali, che la causa del disastro possa essere riconducibile ad una ipotizzata “corsa al collaudo”. I sostenitori di questa tesi la associano all’esigenza della SADE di poter vendere l’impianto come funzionante e certificato al momento del passaggio dello stesso all’ENEL, mentre risulta in modo evidente che la legge che creava l’ente prevedeva un indennizzo alla SADE calcolato sul valore in Borsa delle sue azioni nel periodo 1959-1961. Tuttavia non va dimenticato che (anche se non sarebbero più stati incassati dalla SADE, ma dall’ENEL) restavano da incamerare la parte di fondi erogati dallo stato come finanziamento all’opera e rimasti congelati per legge fino a dopo il collaudo. Il collaudo dell’impianto risultava quindi necessario sia per onorare tutto il lavoro già svolto, sia per sbloccare questi finanziamenti, giacché anche l’ENEL era obbligata a stilare un proprio bilancio. Va ricordato infatti che la quota di collaudo era di 722,5m (slm) e la frana fu innescata durante la terza prova di invaso, che aveva lo scopo di raggiungere solo quota 715m s.l.m. Secondo i sostenitori della “corsa al collaudo”, non bisogna dimenticare che prolungare il periodo di non utilizzo dell’impianto equivaleva ad ammortizzare in un tempo più lungo il costo del lavoro svolto. I costi di costruzione, per giunta, erano lievitati a causa delle varianti in corso d’opera necessarie per il rinforzo delle spalle della diga e per la costruzione della galleria di sorpasso (scavata su roccia compatta): tutte queste opere non erano preventivate e risultarono molto costose (viene calcolato che la sola galleria di sorpasso abbia inciso per quasi un quarto su tutti i costi sostenuti). È infine solo il caso di far notare come fosse un naturale e assoluto interesse della SADE mantenere il massimo riserbo circa i problemi che stavano insorgendo sul bacino del Vajont, dato che se la notizia fosse divenuta di dominio pubblico il valore delle sue azioni si sarebbe certamente deprezzato di molto.

Tuttavia è stato spesso ritenuto moralmente inaccettabile l’aver provato ad innalzare il lago oltre la quota di 700m s.l.m., che durante le prove eseguite sul modello fisico-dinamico del bacino allestito a Nove era stata indicata come quota di sicurezza (sempre tenendo a mente che le prove eseguite erano state falsate da un’erronea valutazione della velocità di movimento della frana e da tempi di distacco errati). La relazione, infatti, pur con i limiti teorico-pratici già esposti, prevedeva conseguenze drammatiche per i paesi a fondovalle nel caso in cui la frana fosse caduta con l’invaso a una quota superiore a 700m s.l.m, in particolar modo considerando che i dati sui movimenti dei capisaldi erano risultati subito pesantemente allarmanti (con movimento degli stessi anche di più centimetri al giorno), non appena l’acqua dell’invaso ebbe modo di superare quota 700m.

Secondo alcuni autori il disastro fu fortuitamente favorito dalla crisi idrologica conseguente alla scarsissima piovosità dell’inverno 1962-1963 che spinsero l’ENEL a favorire provvedimenti tendenti a spingere al massimo le riserve di serbatoio, provvedimenti che forse portarono l’Ing. Biadene a richiedere l’anticipo della terza prova di invaso. Se questo avvenne tuttavia è falso affermare che questo fu fatto per poter sfruttare la nuova centrale del Colomber, in quanto la stessa poteva funzionare solo con il massimo invaso. Più propriamente l’acqua “incamerata” nel serbatoio del Vajont veniva sfruttata dalla centrale di Soverzene.

Uno dei maggiori problemi di questo disastro fu il fatto che esso si trasformò presto in un “caso politico”, con schieramenti vari allineati sulla tesi dell’imprevedibilità e altri schieramenti sul fronte opposto. Questo fu enfatizzato dal fatto che i tecnici della SADE e del Ministero avevano avuto un comportamento sostanzialmente omertoso rispetto alla grande frana del Toc, la cui gravità fu di fatto tenuta nascosta a popolazione e politici locali. Anche dopo l’evento non mancarono i tentativi di insabbiamento, tra cui la mancata divulgazione della relazione delle prove eseguite a Nove, scoperta fortuitamente da un dipendente dell’Università di Padova, atto per cui fu anche denunciato (e poi assolto). Inoltre uno dei pochi giornali che si era occupato approfonditamente della vicenda prima della tragedia era l’Unità, quotidiano legato al Partito Comunista. Se a questo si somma uno sconsiderato atteggiamento della SADE, che aveva precedentemente denunciato alla magistratura la testata per procurato allarme, si capisce come il sopraggiungere della tragedia portò immediatamente le parti su fronti opposti e per nulla concilianti, che ebbero il loro momento di massima enfasi con la stesura di tre relazioni separate da parte dei componenti della Commissione parlamentare d’inchiesta istituita per fare luce sul caso.

Le sentenze definitive della magistratura decretarono tuttavia la effettiva prevedibilità dell’evento, condannando Biadene e Sensidoni per inondazione (aggravata dalla prevedibilità dello stesso). Nonostante la condanna fosse per entrambi di 5 anni di detenzione, ne vennero tolti 2. Un anno dopo Biadene venne liberato.

Procedimento penale e sentenze

L’ingegnere Alberico Biadene al processo di Cassazione nel 1971

Il 20 febbraio 1968 il Giudice istruttore di Belluno, Mario Fabbri, depositò la sentenza del procedimento penale contro Alberico Biadene, Mario Pancini, Pietro Frosini, Francesco Sensidoni, Curzio Batini, Francesco Penta, Luigi Greco, Almo Violin, Dino Tonini, Roberto Marin e Augusto Ghetti. Due di questi, Penta e Greco, nel frattempo, morirono, mentre Pancini si tolse la vita il 28 novembre di quell’anno.
Il giorno dopo iniziò il Processo di Primo Grado, che si tenne a L’Aquila, a ben 550 chilometri dal luogo del disastro, e che si concluse il 17 dicembre del 1969. L’accusa chiese 21 anni di reclusione per tutti gli imputati (eccetto Violin, per il quale ne vennero richiesti 9) per disastro colposo di frana e disastro colposo d’inondazione, aggravati dalla previsione dell’evento e omicidi colposi plurimi aggravati. Biadene, Batini e Violin vennero condannati a sei anni, di cui due condonati, di reclusione, per omicidio colposo, colpevoli di non aver avvertito e di non avere messo in moto lo sgombero; tutti gli altri furono assolti. La prevedibilità della frana non venne riconosciuta.

Il 26 luglio 1970 inizia a L’Aquila il Processo di Appello, con lo stralcio della posizione di Batini, gravemente ammalato di esaurimento nervoso. Il 3 ottobre la sentenza riconosce la totale colpevolezza di Biadene e Sensidoni, che vengono riconosciuti colpevoli di frana, inondazione e degli omicidi. Essi vengono condannati a sei e a quattro anni e mezzo. Frosini e Violin vengono assolti per insufficienza di prove; Marin e Tonini assolti perché il fatto non costituisce reato; Ghetti per non aver commesso il fatto.

Dal 15 al 25 marzo del 1971 a Roma si svolse il Processo di Cassazione, nel quale Biadene e Sensidoni vengono riconosciuti colpevoli di un unico disastro: inondazione aggravata dalla previsione dell’evento compresa la frana e gli omicidi. Biadene viene condannato a cinque anni, Sensidoni a tre e otto mesi: entrambi gli imputati beneficiano di tre anni di condono (nel caso di Biadene per motivi di salute; viene infine rilasciato dopo un solo anno di detenzione per buona condotta).

Tonini viene assolto per non aver commesso il fatto; gli altri verdetti restano invariati. La sentenza avvenne quindici giorni prima della scadenza dei sette anni e mezzo dell’avvenimento, giorno nel quale sarebbe intervenuta la prescrizione.

Ulteriori vicende giudiziarie; conclusione

Il 16 dicembre 1975 la Corte d’Appello dell’Aquila rigetta la richiesta del Comune di Longarone di rivalersi in solido contro la Montedison, società che aveva acquisito la SADE, condannando l’ENEL al risarcimento dei danni subiti dalle pubbliche amministrazioni, a loro volta già condannate a pagare le spese processuali alla Montedison.

Sette anni dopo, il 3 dicembre 1982, la Corte d’Appello di Firenze ribalta la sentenza precedente, condannando in solido ENEL e Montedison al risarcimento dei danni sofferti dallo Stato e la Montedison per i danni subiti dal Comune di Longarone; il 17 dicembre del 1986 la Corte Suprema di Cassazione rigetta il ricorso presentato da Montedison contro la sentenza del 1982.

Infine il 15 febbraio 1997 il Tribunale Civile e Penale di Belluno condanna la Montedison a risarcire i danni subiti dal comune di Longarone per un ammontare di lire 55.645.758.500, comprensive dei danni patrimoniali, extra-patrimoniali e morali, oltre a lire 526.546.800 per spese di liti ed onorari e lire 160.325.530 per altre spese. La sentenza ha carattere immediatamente esecutivo. Nello stesso anno viene rigettato il ricorso dell’ENEL nei confronti del comune di Erto-Casso e del neonato comune di Vajont, obbligando così l’ENEL al risarcimento dei danni subiti, che verranno quantificati dal Tribunale Civile e Penale di Belluno in lire 480.990.500 per beni patrimoniali e demaniali perduti; lire 500.000.000 per danno patrimoniale conseguente alla perdita parziale della popolazione e conseguenti attività; lire 500.000.000 per danno ambientale ed ecologico.

La vicenda si concluse definitivamente nel 2000 con un accordo per la ripartizione degli oneri di risarcimento danni tra ENEL, Montedison e Stato Italiano al 33,3% ciascuno.

 

SOURCE: Wikipedia